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The Leisure Seeker

Non amo i film italiani, ma Ella & John di Paolo Virzì sembrava promettente. Una storia on the road di due vecchietti che rispolverano il loro spirito hippie per un ultimo viaggio, lasciando al palo figli preoccupati e malattie terminali. Il cancro di lei e la demenza di lui, in realtà, sono solo pretesti per raccontare la quotidianità di una storia d’amore tra anziani, sesso incluso. Sì, la temeraria sfida alla dipendenza dalle cure è il motore dell’azione, ma il cuore dell’indagine psicologica è il rapporto tra due che insieme “formano una persona intera”, a dispetto dei problemi di salute, dell’età, degli spigoli caratteriali e dalle prove della vita.

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Foto dal blog di Remo Bassetti

Il film del regista italiano è una piacevole visione, che mischia tenerezza e drammaticità, ma ho avvertito subito un’assenza: i panorami tipicamente americani chiamerebbero una colonna sonora all’altezza della fotografia, un accompagnamento costante non limitato ad alcuni brani, seppur significativi. Forse un budget non sufficiente a coprire tutti i diritti, mi hanno suggerito. Fatto sta che nel romanzo, invece, la musica si sente.

Michael Zadoorian, l’autore dell’antecedente letterario, The Leisure Seeker (edito da Marcos y Marcos), è d’altronde un appassionato di rock classico, come dimostra il suo ultimo romanzo, Beautiful Music. Forse nel film non serviva un ingrediente per addolcirsi, forse al libro serviva uno spunto per guardare oltre le crudezze terrene. Le sue pagine sono infatti più prosaiche: John non è un professore in pensione diretto alla casa di Hemingway, è un ex impiegato della MG che vuole andare a Disneyland. La leggenda della Route 66 è sepolta dall’oblio, quando le è risparmiata la massificazione del progresso commerciale. Ella è un personaggio più crudo, indisponente, rabbioso: in una parola, più reale. Cosa si può provare quando la morte ti si avvicina in modo così degradante? E come si può reagire?

La risposta è nell’aria fin dalla partenza, che sia l’ultimo viaggio in camper o l’intero percorso di una vita. È il modo in cui si affronta l’ineluttabile, l’ovvietà, che determina ed esprime ciò che siamo, forse più dei tentativi di ingannare ciò che non può essere cambiato.

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Pubblicato in: Libri, musica

Il giorno in cui il rock è morto

Il giorno in cui il rock è morto stava finendo negli Schiaffi, i libri che ho letto e che hanno tradito le mie aspettative. Non cercavo un reportage morboso, ma un racconto che parlasse di grandi musicisti, o di personaggi da scoprire. Invece si stringe la mano a Chuck Klosterman, giornalista di Spin Magazine, in viaggio per diciotto giorni negli Stati Uniti inseguendo spettri musicali. Non solo perché si parla di morti, ma perché la musica si manifesta di striscio, un ectoplasma dietro un narratore cinico, fastidiosamente pragmatico, quasi insofferente.

D’altronde per Klosterman il viaggio è una scusa, per risolvere il suo dilemma sentimentale e per ascoltare i suoi cd mentre guida:

Mi ci vorranno tre ore per decidere quali cd depositare sul sedile posteriore della mia Tauntaun. È il genere di dilemma che impedisce alla gente come me di dormire.

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La scrivania di Klosterman, dal sito Powell’s Q&A

Penso spesso ai miei cd. Trovo stranamente rassicurante guardarli quando sono sbronzo. In questo preciso momento, i miei occhi stanno scandagliando i titoli sistemati in ordine alfabetico, e mi chiedo quanti di loro attraverseranno l’America con me. Tutto dipenderà da questa decisione. Essendo lo spazio limitato, posso solo scegliere quegli album che sono innegabilmente essenziali.

Decido di portarmene appresso 600.

La scelta del luogo di partenza è già significativa: il Chelsea Hotel, semplicemente perché è nella sua città, New York. Il fatto che lì sia morta Nancy, la fidanzata di Sid Viciuous dei Sex Pistols, per Klosterman ne fa un posto per falliti, per quelli che si accontentano di avvicinarsi alle celebrità. Lui stesso però non va a toccare fino in fondo il nucleo del suo libro: rimane a distanza di sicurezza, come quando arriva a pochi metri dai rottami dell’incidente dei Lynyrd Skynird e non prosegue per paura dei serpenti.

I luoghi delle tragedie gli appaiono sempre normali, banali, invisibili: se andare incontro alla morte certifica la credibilità di un artista, i posti in sé non trasmettono nulla che possa attestare l’importanza storica della loro fama. Perché allora diventano un simbolo, una meta di pellegrinaggio, una chiave di lettura retroattiva sulla musica? La risposta di questo libro è nel suo stile caustico: perché siamo noi ad aver bisogno di vederci in un certo modo.

Kurt Cobain non aveva bisogno di morire per guadagnarsi la sua integrità, perché l’aveva già. Tuttavia, la sua morte sembra aver dato a dei perfetti sconosciuti un senso dell’integrità che non avevano mai desiderato quando lui era vivo.

C’è un’ingegneria inversa; tutto questo dice molto di più sulle persone che amano Buckley che non sulla sua musica. Come Alice Cooper, amiamo i morti. Anche quando è un semplice incidente, morire dimostra in qualche modo che non facevate per scherzo.

Ecco perché Klosterman parla di sé, e scorrendo le pagine si inciampa in piccole lame che scalfiscono la sua corazza di strafottenza:

Io amo i Kiss perché il mondo prende senso quando penso a loro. L’arte e l’amore sono una cosa sola: è il processo di vedersi nelle cose che non sei tu. È comprendere l’irragionevole. E sebbene la teoria che propongo sia completamente irragionevole, pure è qualcosa che io comprendo appieno.

klostermanTutto torna, dunque. In Prozac Nation, Elizabeth Wurtzel scrive che si usa il “concetto di arte come strumento per comprendere la morte, così come l’arte è spesso usata come un prisma per comprendere la vita”. Ecco come si spiega il titolo originale, Killing Yourself To Live, Uccidere se stessi per vivere: non è riferito ai musicisti, ma al lettore. Abbiamo bisogno di credere in qualcosa, altrimenti la gente morta è soltanto… morta.

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WASTELAND / Alessia Turri

Wasteland di Alessia Turri (edito da Cierre edizioni) è un viaggio multisensoriale in una California ignorata, più che dimenticata. Ignorata perché non si ha conoscenza del territorio oltre le città più famose e la loro iconografia cinematografica (Los Angeles sopra tutte), ignorata perché allontanata dalla nostra coscienza come la polvere che nascondiamo sotto i tappeti.

Wasteland@Cierreed

L’autrice sarà anche una giovane esploratrice ma ha una sua precisa idea di estetica, una ricerca di atmosfere post apocalittiche che ricordano il Cormac McCarthy de La Strada, o lo Stephen King dei luna park maledetti, dei cimiteri orrorifici, della periferia in cui sembra mancare tutto mentre l’umanità si mostra nuda e intera nelle sue contraddizioni.

Alessia Turri è una cantastorie: raccoglie le vite delle persone che incontra e ce le restituisce in una scrittura curatissima, con un senso del ritmo scandito da frasi che aprono e chiudono come ritornelli appena variati, e da aggettivi tagliati su misura per farci vedere quello che ha visto nei suoi mesi americani. Ci si dimentica quasi che Alessia è anche una fotografa e una videomaker, tanto è brava ad usare le parole, a descrivere quello che c’è e quello che è scomparso, a leggere le macerie come reperti di un passato recente che diventa la Storia di un Paese.

La California di Wasteland come “necropoli del modernariato” è un modello da esportazione, una categoria concettuale applicabile ad altri paesaggi pesantemente modificati dall’uomo. Per sperimentare questa sensazione a pochi chilometri da noi, basta attraversare la Pianura Padana: anche virtualmente, visitando il sito del progetto Padania Classics, il prodotto di una “ricerca visiva che ha l’intento di identificare i ‘classici padani’ nel campo dell’estetica, dell’architettura e dei comportamenti umani attraverso un’attività documentativa, di produzione e diffusione di contenuti”.

Wasteland di Alessia Turri è un’opera scientifica e una lettera d’amore, per luoghi e persone. È movimento e riflessione, è solitudine e condivisione. È un diario e un manifesto, è reportage e poesia. Una miscela di forme contraddittorie, partendo dalla Città di Quarzo dell’urbanista Mike Davis, riunite nella propria visione, nei rifiuti che si reinventano arte.

Potete seguire i viaggi di Alessia e Wasteland su Facebook e Instagram.