Pubblicato in: Cinema

A Star Is Born

A una settimana dalla mia visione di A Star Is Born, mi rimane soprattutto una certa rabbia contro Lady Gaga. Perché non ti sei tenuta le t-shirt legate in vita, i tuoi capelli castani, la tua voce esplosiva? E il tuo quaderno di canzoni, la casa affacciata sul giardino e rannicchiata su divani scortati da pareti di vinili? L’uomo no, l’uomo te lo sei tenuta stretta nonostante i suoi problemi, tanto credibile da far distogliere lo sguardo. Però non lo hai ascoltato, non gli hai parlato del tutto. Un peccato di comunicazione o di solitudine? Ti sganci dal trucco delle drag queen per cadere nei lustrini dei premi. Eri tu, con il naso indicato con orgoglio e malizia, e sei diventata un clone di personaggi già esistiti, una statuina nonostante i balletti e finta nonostante un fondo di sentimento che appare reale.

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Una scena del film (dal sito di Radio Deejay)

In generale A Star Is Born non è un film capolavoro, è un onesto lavoro che si poggia sulla bravura del protagonista, Bradley Cooper, e sulla voce di Lady Gaga. E su un gioco di immedesimazione che celebra il proprio mestiere, la capacità di essere qualcun altro e di portare se stessi su un palco. Da segnalare la partecipazione di Lukas Nelson & Promise Of The Real, gruppo che ha suonato con Neil Young, e la prima parte del film, tra canzoni che nascono e incursioni nel backstage. Se arriverà un’edizione estesa, speriamo di sentire più musica, di calarci nel magma della creazione, di poter ascoltare il suono di un’anima che si scortica per la sua arte.

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Pubblicato in: Cinema, Libri

The Leisure Seeker

Non amo i film italiani, ma Ella & John di Paolo Virzì sembrava promettente. Una storia on the road di due vecchietti che rispolverano il loro spirito hippie per un ultimo viaggio, lasciando al palo figli preoccupati e malattie terminali. Il cancro di lei e la demenza di lui, in realtà, sono solo pretesti per raccontare la quotidianità di una storia d’amore tra anziani, sesso incluso. Sì, la temeraria sfida alla dipendenza dalle cure è il motore dell’azione, ma il cuore dell’indagine psicologica è il rapporto tra due che insieme “formano una persona intera”, a dispetto dei problemi di salute, dell’età, degli spigoli caratteriali e dalle prove della vita.

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Foto dal blog di Remo Bassetti

Il film del regista italiano è una piacevole visione, che mischia tenerezza e drammaticità, ma ho avvertito subito un’assenza: i panorami tipicamente americani chiamerebbero una colonna sonora all’altezza della fotografia, un accompagnamento costante non limitato ad alcuni brani, seppur significativi. Forse un budget non sufficiente a coprire tutti i diritti, mi hanno suggerito. Fatto sta che nel romanzo, invece, la musica si sente.

Michael Zadoorian, l’autore dell’antecedente letterario, The Leisure Seeker (edito da Marcos y Marcos), è d’altronde un appassionato di rock classico, come dimostra il suo ultimo romanzo, Beautiful Music. Forse nel film non serviva un ingrediente per addolcirsi, forse al libro serviva uno spunto per guardare oltre le crudezze terrene. Le sue pagine sono infatti più prosaiche: John non è un professore in pensione diretto alla casa di Hemingway, è un ex impiegato della MG che vuole andare a Disneyland. La leggenda della Route 66 è sepolta dall’oblio, quando le è risparmiata la massificazione del progresso commerciale. Ella è un personaggio più crudo, indisponente, rabbioso: in una parola, più reale. Cosa si può provare quando la morte ti si avvicina in modo così degradante? E come si può reagire?

La risposta è nell’aria fin dalla partenza, che sia l’ultimo viaggio in camper o l’intero percorso di una vita. È il modo in cui si affronta l’ineluttabile, l’ovvietà, che determina ed esprime ciò che siamo, forse più dei tentativi di ingannare ciò che non può essere cambiato.

Pubblicato in: Libri, musica

Il giorno in cui il rock è morto

Il giorno in cui il rock è morto stava finendo negli Schiaffi, i libri che ho letto e che hanno tradito le mie aspettative. Non cercavo un reportage morboso, ma un racconto che parlasse di grandi musicisti, o di personaggi da scoprire. Invece si stringe la mano a Chuck Klosterman, giornalista di Spin Magazine, in viaggio per diciotto giorni negli Stati Uniti inseguendo spettri musicali. Non solo perché si parla di morti, ma perché la musica si manifesta di striscio, un ectoplasma dietro un narratore cinico, fastidiosamente pragmatico, quasi insofferente.

D’altronde per Klosterman il viaggio è una scusa, per risolvere il suo dilemma sentimentale e per ascoltare i suoi cd mentre guida:

Mi ci vorranno tre ore per decidere quali cd depositare sul sedile posteriore della mia Tauntaun. È il genere di dilemma che impedisce alla gente come me di dormire.

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La scrivania di Klosterman, dal sito Powell’s Q&A

Penso spesso ai miei cd. Trovo stranamente rassicurante guardarli quando sono sbronzo. In questo preciso momento, i miei occhi stanno scandagliando i titoli sistemati in ordine alfabetico, e mi chiedo quanti di loro attraverseranno l’America con me. Tutto dipenderà da questa decisione. Essendo lo spazio limitato, posso solo scegliere quegli album che sono innegabilmente essenziali.

Decido di portarmene appresso 600.

La scelta del luogo di partenza è già significativa: il Chelsea Hotel, semplicemente perché è nella sua città, New York. Il fatto che lì sia morta Nancy, la fidanzata di Sid Viciuous dei Sex Pistols, per Klosterman ne fa un posto per falliti, per quelli che si accontentano di avvicinarsi alle celebrità. Lui stesso però non va a toccare fino in fondo il nucleo del suo libro: rimane a distanza di sicurezza, come quando arriva a pochi metri dai rottami dell’incidente dei Lynyrd Skynird e non prosegue per paura dei serpenti.

I luoghi delle tragedie gli appaiono sempre normali, banali, invisibili: se andare incontro alla morte certifica la credibilità di un artista, i posti in sé non trasmettono nulla che possa attestare l’importanza storica della loro fama. Perché allora diventano un simbolo, una meta di pellegrinaggio, una chiave di lettura retroattiva sulla musica? La risposta di questo libro è nel suo stile caustico: perché siamo noi ad aver bisogno di vederci in un certo modo.

Kurt Cobain non aveva bisogno di morire per guadagnarsi la sua integrità, perché l’aveva già. Tuttavia, la sua morte sembra aver dato a dei perfetti sconosciuti un senso dell’integrità che non avevano mai desiderato quando lui era vivo.

C’è un’ingegneria inversa; tutto questo dice molto di più sulle persone che amano Buckley che non sulla sua musica. Come Alice Cooper, amiamo i morti. Anche quando è un semplice incidente, morire dimostra in qualche modo che non facevate per scherzo.

Ecco perché Klosterman parla di sé, e scorrendo le pagine si inciampa in piccole lame che scalfiscono la sua corazza di strafottenza:

Io amo i Kiss perché il mondo prende senso quando penso a loro. L’arte e l’amore sono una cosa sola: è il processo di vedersi nelle cose che non sei tu. È comprendere l’irragionevole. E sebbene la teoria che propongo sia completamente irragionevole, pure è qualcosa che io comprendo appieno.

klostermanTutto torna, dunque. In Prozac Nation, Elizabeth Wurtzel scrive che si usa il “concetto di arte come strumento per comprendere la morte, così come l’arte è spesso usata come un prisma per comprendere la vita”. Ecco come si spiega il titolo originale, Killing Yourself To Live, Uccidere se stessi per vivere: non è riferito ai musicisti, ma al lettore. Abbiamo bisogno di credere in qualcosa, altrimenti la gente morta è soltanto… morta.

Pubblicato in: Libri

WASTELAND / Alessia Turri

Wasteland di Alessia Turri (edito da Cierre edizioni) è un viaggio multisensoriale in una California ignorata, più che dimenticata. Ignorata perché non si ha conoscenza del territorio oltre le città più famose e la loro iconografia cinematografica (Los Angeles sopra tutte), ignorata perché allontanata dalla nostra coscienza come la polvere che nascondiamo sotto i tappeti.

Wasteland@Cierreed

L’autrice sarà anche una giovane esploratrice ma ha una sua precisa idea di estetica, una ricerca di atmosfere post apocalittiche che ricordano il Cormac McCarthy de La Strada, o lo Stephen King dei luna park maledetti, dei cimiteri orrorifici, della periferia in cui sembra mancare tutto mentre l’umanità si mostra nuda e intera nelle sue contraddizioni.

Alessia Turri è una cantastorie: raccoglie le vite delle persone che incontra e ce le restituisce in una scrittura curatissima, con un senso del ritmo scandito da frasi che aprono e chiudono come ritornelli appena variati, e da aggettivi tagliati su misura per farci vedere quello che ha visto nei suoi mesi americani. Ci si dimentica quasi che Alessia è anche una fotografa e una videomaker, tanto è brava ad usare le parole, a descrivere quello che c’è e quello che è scomparso, a leggere le macerie come reperti di un passato recente che diventa la Storia di un Paese.

La California di Wasteland come “necropoli del modernariato” è un modello da esportazione, una categoria concettuale applicabile ad altri paesaggi pesantemente modificati dall’uomo. Per sperimentare questa sensazione a pochi chilometri da noi, basta attraversare la Pianura Padana: anche virtualmente, visitando il sito del progetto Padania Classics, il prodotto di una “ricerca visiva che ha l’intento di identificare i ‘classici padani’ nel campo dell’estetica, dell’architettura e dei comportamenti umani attraverso un’attività documentativa, di produzione e diffusione di contenuti”.

Wasteland di Alessia Turri è un’opera scientifica e una lettera d’amore, per luoghi e persone. È movimento e riflessione, è solitudine e condivisione. È un diario e un manifesto, è reportage e poesia. Una miscela di forme contraddittorie, partendo dalla Città di Quarzo dell’urbanista Mike Davis, riunite nella propria visione, nei rifiuti che si reinventano arte.

Potete seguire i viaggi di Alessia e Wasteland su Facebook e Instagram.

Pubblicato in: musica

Neil Young Crazy Horse live in Fresno (CA)

Ore 23 in Italia: un ultimo controllo ai social e al sito Neil Young Archives per verificare orari e connessioni.

Ore 4.30 in Italia: sveglia, caffè, pc e divano pronti per il live streaming del concerto dei Crazy Horse a Fresno (California).

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Immagine dal sito Neil Young Archives

In mezzo, un dormiveglia che chiamare sonno è esagerato, in trepidante attesa del video, un regalo di consolazione per chi non è presente fisicamente nel teatro. Ma altro che consolazione, Neil Young saluta gli spettatori dietro lo schermo con un “Miss you” mentre cavalchiamo in un panorama musicale da brividi. Confesso subito la mia debolezza: Neil può portarmi dove vuole, qualsiasi cosa faccia io lo seguo, ed è l’artista che più di ogni altro trova il modo di liberare il mio pianto, che sia estasi o dolore.

Ore 5.45 circa in Italia: parte la diretta, dopo la rincorsa di messaggi compulsivi tra fan e polpastrelli bollenti a furia di refresh. Un giro tra le poltrone del teatro in stile documentario on the road, la telecamera che salta come su strade scoscese e si scava un passaggio verso il palco, per circumnavigarlo durante lo show. È una regia spontanea, grezza, essenziale.

Ore 8.30 circa in Italia: il sipario si chiude, ma basta non uscire dal sito per continuare a godere della musica di Neil Young. È una piattaforma dall’aspetto vintage ma dalla tecnologia superba, una struttura organizzata che conduce come una bacchetta da rabdomante nelle profondità creative del Loner canadese. Vale la pena entrarci ogni giorno, anche solo per ascoltare la canzone in evidenza e curiosare tra foto, memorabilia e video. Grazie Neil, per il tuo eterno movimento sognatore.

Pubblicato in: Cinema

Tonya

Ho visto il film Tonya di Craig Gillespie approfittando dei Cinemadays, l’iniziativa del Ministero dei Beni Culturali che prevede biglietti a 3 € per l’ingresso nelle sale aderenti. Ci tenevo a vederlo al cinema perché il grande schermo poteva valorizzare le evoluzioni del pattinaggio, ma questo in realtà non è un film sullo sport.

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Immagine tratta dal sito My Red Carpet

Secondo me è un film sul giornalismo, sulla capacità di raccontare una storia vera mettendo insieme le versioni dei protagonisti, le prospettive di ciascuno su una presunta verità. L’uso delle interviste è uno stratagemma che sottolinea la responsabilità del montaggio, una scelta che indirizza l’interpretazione di una propria lettura della storia, pur lasciando un’apparente libertà di espressione alle voci. Apparente, perché i testimoni della vita di Tonya possono parlare solo fin quando non vengono sostituiti da un altro scoop: la volubilità delle notizie interrompe bruscamente l’attenzione dei giornalisti, richiamati dallo scandalo O.J. Simpson.

La violenza sembra il sentimento che muove l’America: la famiglia di Tonya è chiaramente disfunzionale, e non viene concessa alcuna redenzione. Stupisce che, nel clima generale di attenzione agli abusi, in questo film il tema non venga approfondito tentando una spiegazione psicologica delle dinamiche familiari: sono i gesti, la fisicità delle molestie, a scandire i rapporti. Diventa una tessera del mosaico che riproduce gli Stati Uniti, una descrizione al pari della musica (strepitosa e ricca la colonna sonora) e della tipica ambientazione nella periferia, tra pick-up e cucine anni Ottanta.

È la necessità di creare un simbolismo che sostenga il mito dell’eroe americano, che ci porta al pattinaggio. Tonya rivendica il suo essere non convenzionale, ma la sua ascesa e caduta è uno schema da tragedia classica, corretta con una buona dose di grottesco e sarcasmo. Le regole del gioco, che sia il pattinaggio o la vita, sono presenti anche se le combattiamo: la presentazione, che i giudici di gara considerano altrettanto significativa delle abilità atletiche, è un criterio di valutazione imprescindibile. Il pattinaggio è così, e si nota lo studio puntuale delle esibizioni e lo sforzo di ricreare l’atmosfera di una disciplina tanto eterea quanto spietata. La riproduzione del lavoro in pista rimane però in superficie: il carico degli allenamenti è limitato a una sequenza alla Rocky Balboa, le tensioni emotive ridotte a crisi isteriche da bambine capricciose, lo stress di una dedizione assoluta derubricato a una generica volontà di piacere agli altri.

Sarà che avevo letto in una recensione dell’utilizzo di una controfigura, ma ho colto lo stacco stridente tra corpo e viso durante i programmi sul ghiaccio ricostruiti nel film: per quanto sia stupefacente la mimesi dei passi tecnici, manca la componente interiore che mi scatena un pianto catartico davanti a ogni vero numero di pattinaggio artistico. Per fortuna, in un cinema sarebbe stato imbarazzante 😀 Guardate i passaggi finali nella pellicola di Tonya, con la vera Tonya Harding ai Campionati Nazionali del 1991, e capirete cosa intendo.

 

Pubblicato in: Libri, musica

Grunge. Il rock dalle strade di Seattle

Il libro Grunge. Il rock dalle strade di Seattle di Claudio Todesco andrebbe letto con una mappa in mano e una collezione di cd nell’altra. È una lettura che ti porta davvero in giro, lungo le strade di una città che ha concentrato alcune delle band e dei musicisti più sperimentali: Presidents of the United States of America, Mr. Epp, Mudhoney, Green River, Alice in Chains, Melvins, Skin Yard, U-Men, Jimi Hendrix, Sonic Youth, Flaming Lips, Frantics, Sonics, Wailers, Mother Love Bone, Mark Lanegan, Screaming Trees, Soundgarden, Pearl Jam, Nirvana, Tad, Gits, Heart. Biografie artistiche e personali che passano dalla normalità di una provincia all’espressione di talenti fuori dal comune: ci sono anche discografici, fotografi, manager, e più in generale gli abitanti di Seattle, il loro carattere, la storia sociale ed economica di una città che nutre l’innovazione con i reperti del passato.

Seattle è una città iconica, spesso identificata nel panorama con lo Space Needle che svetta sui grattacieli: ho cercato quindi di vederla attraverso i luoghi raccontati da Todesco, come la Elliott Bay su cui si affaccia il Pioneer Building

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Foto tratte da Seattle Bloggers e Paul Dorpat

oppure ascoltando gli echi dei concerti nei locali storici, come Bird, Showbox, Blue Moon Tavern e Vogue, che ha ospitato il primo concerto dei Nirvana. Alcuni sopravvivono in grande stile, come il Paramount Theatre e il Moore, altri rimangono nelle canzoni, come lo Spanish Castle sublimato da Jimi Hendrix.

 

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La vita musicale di Seattle si trasmette nelle immagini: il fotografo Charles Petersons ha fermato il movimento nei suoi scatti, creando l’effetto blurry che restituisce l’immediatezza e l’energia del suono; ma anche la vita delle strade viene documentata. Nel 1983 Mary Ellen Mark e Cheryl McCall realizzarono un servizio fotografico per la rivista “Life” sui ragazzi della città, una serie di ritratti trasformati in documentario (Streetwise) che ha ispirato il film American Heart del 1992, con Jeff Bridges.

Oggi, in apparenza, certe situazioni di disagio ed emarginazione sono state superate, e Seattle viene associata alla new economy o a Starbucks, ma sembra quasi un’immagine di facciata, come il tentativo di rinchiudere la musica in un museo, l’Experience Music Project

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EMP: la monorotaia davanti all’ingresso e la struttura (foto da Bluffton University e Pinterest)

Per fortuna esistono tappeti magici che ci illudono di poter tornare indietro nel tempo: il documentario Hype! del 1996, girato da Doug Prey, è disponibile su Youtube, e il libro Grunge. Il rock dalle strade di Seattle (uscito in edizione aggiornata nel 2017) è una bussola indispensabile per il viaggio.