WASTELAND / Alessia Turri

Wasteland di Alessia Turri (edito da Cierre edizioni) è un viaggio multisensoriale in una California ignorata, più che dimenticata. Ignorata perché non si ha conoscenza del territorio oltre le città più famose e la loro iconografia cinematografica (Los Angeles sopra tutte), ignorata perché allontanata dalla nostra coscienza come la polvere che nascondiamo sotto i tappeti.

Wasteland@Cierreed

L’autrice sarà anche una giovane esploratrice ma ha una sua precisa idea di estetica, una ricerca di atmosfere post apocalittiche che ricordano il Cormac McCarthy de La Strada, o lo Stephen King dei luna park maledetti, dei cimiteri orrorifici, della periferia in cui sembra mancare tutto mentre l’umanità si mostra nuda e intera nelle sue contraddizioni.

Alessia Turri è una cantastorie: raccoglie le vite delle persone che incontra e ce le restituisce in una scrittura curatissima, con un senso del ritmo scandito da frasi che aprono e chiudono come ritornelli appena variati, e da aggettivi tagliati su misura per farci vedere quello che ha visto nei suoi mesi americani. Ci si dimentica quasi che Alessia è anche una fotografa e una videomaker, tanto è brava ad usare le parole, a descrivere quello che c’è e quello che è scomparso, a leggere le macerie come reperti di un passato recente che diventa la Storia di un Paese.

La California di Wasteland come “necropoli del modernariato” è un modello da esportazione, una categoria concettuale applicabile ad altri paesaggi pesantemente modificati dall’uomo. Per sperimentare questa sensazione a pochi chilometri da noi, basta attraversare la Pianura Padana: anche virtualmente, visitando il sito del progetto Padania Classics, il prodotto di una “ricerca visiva che ha l’intento di identificare i ‘classici padani’ nel campo dell’estetica, dell’architettura e dei comportamenti umani attraverso un’attività documentativa, di produzione e diffusione di contenuti”.

Wasteland di Alessia Turri è un’opera scientifica e una lettera d’amore, per luoghi e persone. È movimento e riflessione, è solitudine e condivisione. È un diario e un manifesto, è reportage e poesia. Una miscela di forme contraddittorie, partendo dalla Città di Quarzo dell’urbanista Mike Davis, riunite nella propria visione, nei rifiuti che si reinventano arte.

Potete seguire i viaggi di Alessia e Wasteland su Facebook e Instagram.

Annunci

Neil Young Crazy Horse live in Fresno (CA)

Ore 23 in Italia: un ultimo controllo ai social e al sito Neil Young Archives per verificare orari e connessioni.

Ore 4.30 in Italia: sveglia, caffè, pc e divano pronti per il live streaming del concerto dei Crazy Horse a Fresno (California).

NYCH_LiveSctream_970

Immagine dal sito Neil Young Archives

In mezzo, un dormiveglia che chiamare sonno è esagerato, in trepidante attesa del video, un regalo di consolazione per chi non è presente fisicamente nel teatro. Ma altro che consolazione, Neil Young saluta gli spettatori dietro lo schermo con un “Miss you” mentre cavalchiamo in un panorama musicale da brividi. Confesso subito la mia debolezza: Neil può portarmi dove vuole, qualsiasi cosa faccia io lo seguo, ed è l’artista che più di ogni altro trova il modo di liberare il mio pianto, che sia estasi o dolore.

Ore 5.45 circa in Italia: parte la diretta, dopo la rincorsa di messaggi compulsivi tra fan e polpastrelli bollenti a furia di refresh. Un giro tra le poltrone del teatro in stile documentario on the road, la telecamera che salta come su strade scoscese e si scava un passaggio verso il palco, per circumnavigarlo durante lo show. È una regia spontanea, grezza, essenziale.

Ore 8.30 circa in Italia: il sipario si chiude, ma basta non uscire dal sito per continuare a godere della musica di Neil Young. È una piattaforma dall’aspetto vintage ma dalla tecnologia superba, una struttura organizzata che conduce come una bacchetta da rabdomante nelle profondità creative del Loner canadese. Vale la pena entrarci ogni giorno, anche solo per ascoltare la canzone in evidenza e curiosare tra foto, memorabilia e video. Grazie Neil, per il tuo eterno movimento sognatore.

Tonya

Ho visto il film Tonya di Craig Gillespie approfittando dei Cinemadays, l’iniziativa del Ministero dei Beni Culturali che prevede biglietti a 3 € per l’ingresso nelle sale aderenti. Ci tenevo a vederlo al cinema perché il grande schermo poteva valorizzare le evoluzioni del pattinaggio, ma questo in realtà non è un film sullo sport.

I-Tonya-MyRedCarpet

Immagine tratta dal sito My Red Carpet

Secondo me è un film sul giornalismo, sulla capacità di raccontare una storia vera mettendo insieme le versioni dei protagonisti, le prospettive di ciascuno su una presunta verità. L’uso delle interviste è uno stratagemma che sottolinea la responsabilità del montaggio, una scelta che indirizza l’interpretazione di una propria lettura della storia, pur lasciando un’apparente libertà di espressione alle voci. Apparente, perché i testimoni della vita di Tonya possono parlare solo fin quando non vengono sostituiti da un altro scoop: la volubilità delle notizie interrompe bruscamente l’attenzione dei giornalisti, richiamati dallo scandalo O.J. Simpson.

La violenza sembra il sentimento che muove l’America: la famiglia di Tonya è chiaramente disfunzionale, e non viene concessa alcuna redenzione. Stupisce che, nel clima generale di attenzione agli abusi, in questo film il tema non venga approfondito tentando una spiegazione psicologica delle dinamiche familiari: sono i gesti, la fisicità delle molestie, a scandire i rapporti. Diventa una tessera del mosaico che riproduce gli Stati Uniti, una descrizione al pari della musica (strepitosa e ricca la colonna sonora) e della tipica ambientazione nella periferia, tra pick-up e cucine anni Ottanta.

È la necessità di creare un simbolismo che sostenga il mito dell’eroe americano, che ci porta al pattinaggio. Tonya rivendica il suo essere non convenzionale, ma la sua ascesa e caduta è uno schema da tragedia classica, corretta con una buona dose di grottesco e sarcasmo. Le regole del gioco, che sia il pattinaggio o la vita, sono presenti anche se le combattiamo: la presentazione, che i giudici di gara considerano altrettanto significativa delle abilità atletiche, è un criterio di valutazione imprescindibile. Il pattinaggio è così, e si nota lo studio puntuale delle esibizioni e lo sforzo di ricreare l’atmosfera di una disciplina tanto eterea quanto spietata. La riproduzione del lavoro in pista rimane però in superficie: il carico degli allenamenti è limitato a una sequenza alla Rocky Balboa, le tensioni emotive ridotte a crisi isteriche da bambine capricciose, lo stress di una dedizione assoluta derubricato a una generica volontà di piacere agli altri.

Sarà che avevo letto in una recensione dell’utilizzo di una controfigura, ma ho colto lo stacco stridente tra corpo e viso durante i programmi sul ghiaccio ricostruiti nel film: per quanto sia stupefacente la mimesi dei passi tecnici, manca la componente interiore che mi scatena un pianto catartico davanti a ogni vero numero di pattinaggio artistico. Per fortuna, in un cinema sarebbe stato imbarazzante 😀 Guardate i passaggi finali nella pellicola di Tonya, con la vera Tonya Harding ai Campionati Nazionali del 1991, e capirete cosa intendo.

 

Grunge. Il rock dalle strade di Seattle

Il libro Grunge. Il rock dalle strade di Seattle di Claudio Todesco andrebbe letto con una mappa in mano e una collezione di cd nell’altra. È una lettura che ti porta davvero in giro, lungo le strade di una città che ha concentrato alcune delle band e dei musicisti più sperimentali: Presidents of the United States of America, Mr. Epp, Mudhoney, Green River, Alice in Chains, Melvins, Skin Yard, U-Men, Jimi Hendrix, Sonic Youth, Flaming Lips, Frantics, Sonics, Wailers, Mother Love Bone, Mark Lanegan, Screaming Trees, Soundgarden, Pearl Jam, Nirvana, Tad, Gits, Heart. Biografie artistiche e personali che passano dalla normalità di una provincia all’espressione di talenti fuori dal comune: ci sono anche discografici, fotografi, manager, e più in generale gli abitanti di Seattle, il loro carattere, la storia sociale ed economica di una città che nutre l’innovazione con i reperti del passato.

Seattle è una città iconica, spesso identificata nel panorama con lo Space Needle che svetta sui grattacieli: ho cercato quindi di vederla attraverso i luoghi raccontati da Todesco, come la Elliott Bay su cui si affaccia il Pioneer Building

NS_Seattle Bay

Foto tratte da Seattle Bloggers e Paul Dorpat

oppure ascoltando gli echi dei concerti nei locali storici, come Bird, Showbox, Blue Moon Tavern e Vogue, che ha ospitato il primo concerto dei Nirvana. Alcuni sopravvivono in grande stile, come il Paramount Theatre e il Moore, altri rimangono nelle canzoni, come lo Spanish Castle sublimato da Jimi Hendrix.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

La vita musicale di Seattle si trasmette nelle immagini: il fotografo Charles Petersons ha fermato il movimento nei suoi scatti, creando l’effetto blurry che restituisce l’immediatezza e l’energia del suono; ma anche la vita delle strade viene documentata. Nel 1983 Mary Ellen Mark e Cheryl McCall realizzarono un servizio fotografico per la rivista “Life” sui ragazzi della città, una serie di ritratti trasformati in documentario (Streetwise) che ha ispirato il film American Heart del 1992, con Jeff Bridges.

Oggi, in apparenza, certe situazioni di disagio ed emarginazione sono state superate, e Seattle viene associata alla new economy o a Starbucks, ma sembra quasi un’immagine di facciata, come il tentativo di rinchiudere la musica in un museo, l’Experience Music Project

NS_EMP

EMP: la monorotaia davanti all’ingresso e la struttura (foto da Bluffton University e Pinterest)

Per fortuna esistono tappeti magici che ci illudono di poter tornare indietro nel tempo: il documentario Hype! del 1996, girato da Doug Prey, è disponibile su Youtube, e il libro Grunge. Il rock dalle strade di Seattle (uscito in edizione aggiornata nel 2017) è una bussola indispensabile per il viaggio.

Chelsea Hotel

New York è una città brulicante di simboli. Il Chelsea Hotel è uno di questi, anche se

sherill_tippins_chelsea_hotel il nome non vi è familiare: basta evocare la tragedia di Sid Vicious e Nancy Spungen, però, e il “palazzo dei sogni”, così identificato nel sottotitolo del saggio di Sherill Tippins, prende forma. Il sogno di Philip Hubert, un architetto che incarna la tradizione americana del self made man precipita nell’incubo dell’artista che vede distrutto il proprio talento e la possibilità di influire sulla società.

Per la lettura di Chelsea Hotel, pubblicato in Italia da EDT nel 2014 grazie alla traduzione di Anna Lovisolo, consiglio di immergersi nell’atmosfera newyorkese, circondandosi di voci, suoni, immagini della città statunitense, perché il libro è la storia di un edificio e dei personaggi leggendari che lì hanno abitato. Scorrere le pagine alla ricerca di nomi famosi è come giocare con le figurine, una caccia al tesoro per scoprire chi conosciamo già e chi ignoriamo. Qualche esempio in ordine di apparizione? Thomas Wolfe, Edgar Lee Masters, Peggy Guggenheim, Dylan Thomas, Arthur Miller, Allen Ginsberg, William Burroughs, Jackson Pollock, Bob Dylan, Andy Warhol, Leonard Cohen, Jackson Browne, Lou Reed e Nico, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Grateful Dead, Joni Mitchell, Stanley Kubrick, Patty Smith e Robert Mapplethorpe.

Il Chelsea Hotel era, nelle intenzioni del fondatore, un progetto cooperativistico che doveva concretizzare le teorie socialiste di Charles Fourier: un esperimento di vita comunitaria che aggregasse famiglie di diversa estrazione sociale, per rappresentare ogni competenza professionale in un clima di autosufficienza materiale e di scambio culturale e creativo. Erano previsti infatti spazi comuni per la socializzazione e atelier per gli artisti che già frequentavano il quartiere, un’isola bohémien nel cuore della città più capitalista. È una delle contraddizioni che racchiude il Chelsea Hotel: come può sopravvivere uno spirito anticonvenzionale, libertario e ribelle in una società votata al guadagno, al commercio, al successo economico?

La prima risposta che si danno gli abitanti del Chelsea Hotel è rifondare l’identità americana attraverso la ricerca dell’autentica voce del popolo. Gli artisti avrebbero dovuto «combattere l’amnesia cronica» catturando «la pienezza dei tempi, orrori e gioie» della vita quotidiana. Prendere ispirazione dalla realtà comporta un doppio senso di marcia della creatività: un’entrata nella profonda intimità dei soggetti rappresentati e un’uscita sul palcoscenico dell’impegno politico. Gli artisti sono animati dalla consapevolezza che «rendere pubblico il privato» possa smuovere la coscienza sociale, «squarciare il velo delle inibizioni». La confessione di sé innesca un processo catartico nella mente di chi gode dell’opera d’arte, se l’autore sceglie di esporsi nella sua integrità, affrontando con sguardo vergine e innocente la propria esperienza di vita.

Gli artisti offrono alla società nuovi linguaggi, dalla poesia alla fotografia, dal cinema alla musica, per condividere le trasformazioni del momento storico che attraversano, fino a mettere a nudo la società contemporanea e profetizzare lo strapotere della comunicazione in tempo reale. Ecco un’altra antinomia che trova residenza al Chelsea Hotel: è lo stile di vita libero e comunitario che nutre la sperimentazione della forma, o è la volontà di sentirsi artisti e fare arte a determinare le proprie azioni?

È di nuovo un problema di costruzione dell’identità: da spinta propulsiva che «liberò le voci affinché si mescolassero alle altre in un crescente coro controculturale», la forza simbolica dell’albergo si ritorce sugli artisti, che accusano il peso dell’opposizione al sistema e temono di esserne divorati. S’infrange il sogno di poter cambiare il mondo attraverso l’arte, perché è il mondo che sta inquinando i valori del movimento alternativo nel tentativo di mercificarlo. La cultura underground si raggomitola su sé stessa, rifugiandosi nella contaminazione tra le arti anziché con la realtà: l’emarginazione si trasforma in alienazione e nichilismo, fino a giustificare l’autodistruzione con lo stereotipo dell’artista folle. Il Chelsea Hotel imbocca la china di «una sorta di clinica illegale per disturbi mentali», una discarica di macerie materiali e spirituali documentate dalla cupa visione iperrealistica di William Egglestone. L’edificio si cristallizza in una specie di mausoleo che custodisce la memoria degli antichi fasti: non più generatore di arte ma esclusivo oggetto di celebrazione.

La ricerca storica di Sherill Tippins, accurata ma mai pedante, è un omaggio a un luogo che rischia di inserire il proprio nome al termine di una melanconica litania di persone scomparse: nel 2011 l’edificio è stato acquistato da una delle maggiori società immobiliari di New York, che non ha chiarito quali progetti stia studiando per il Chelsea Hotel. L’unica certezza è la permanenza nell’immaginario collettivo di una zona magica, che continua ad attirare coloro che l’hanno compresa e amata: «derubati dalla realtà», i suoi antichi ospiti attendono una risposta sul destino non solo di un esercizio commerciale ma anche di una visione della società americana. Il Chelsea decadente non abdica al suo ruolo oracolare: nella terra dalle mille anime, c’è ancora spazio per l’arte? Può esserci ancora autenticità in un’identità assurta a mito?

Il libro Chelsea Hotel di Sherill Tippins ci indica in ogni periodo storico, in ogni stanza dell’albergo una poltrona su cui accomodarci per far parte della grande famiglia che ha nutrito scrittori, pittori, fotografi, registi, attori, musicisti. C’è un cuore che continua a pompare creatività lungo i corridoi ormai fatiscenti, e se gli artisti si rassegnano a non avere dimora legittima fuori da queste mura, in realtà la loro capacità di esprimere sentimenti universali come il senso di emarginazione e il desiderio di libertà, include anche noi nella loro tribù.

L’arte, per essere compiuta, richiede la partecipazione del pubblico: apriamo dunque le porte del Chelsea Hotel e facciamo risuonare le sue vibrazioni.