Il giorno in cui il rock è morto

Il giorno in cui il rock è morto stava finendo negli Schiaffi, i libri che ho letto e che hanno tradito le mie aspettative. Non cercavo un reportage morboso, ma un racconto che parlasse di grandi musicisti, o di personaggi da scoprire. Invece si stringe la mano a Chuck Klosterman, giornalista di Spin Magazine, in viaggio per diciotto giorni negli Stati Uniti inseguendo spettri musicali. Non solo perché si parla di morti, ma perché la musica si manifesta di striscio, un ectoplasma dietro un narratore cinico, fastidiosamente pragmatico, quasi insofferente.

D’altronde per Klosterman il viaggio è una scusa, per risolvere il suo dilemma sentimentale e per ascoltare i suoi cd mentre guida:

Mi ci vorranno tre ore per decidere quali cd depositare sul sedile posteriore della mia Tauntaun. È il genere di dilemma che impedisce alla gente come me di dormire.

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La scrivania di Klosterman, dal sito Powell’s Q&A

Penso spesso ai miei cd. Trovo stranamente rassicurante guardarli quando sono sbronzo. In questo preciso momento, i miei occhi stanno scandagliando i titoli sistemati in ordine alfabetico, e mi chiedo quanti di loro attraverseranno l’America con me. Tutto dipenderà da questa decisione. Essendo lo spazio limitato, posso solo scegliere quegli album che sono innegabilmente essenziali.

Decido di portarmene appresso 600.

La scelta del luogo di partenza è già significativa: il Chelsea Hotel, semplicemente perché è nella sua città, New York. Il fatto che lì sia morta Nancy, la fidanzata di Sid Viciuous dei Sex Pistols, per Klosterman ne fa un posto per falliti, per quelli che si accontentano di avvicinarsi alle celebrità. Lui stesso però non va a toccare fino in fondo il nucleo del suo libro: rimane a distanza di sicurezza, come quando arriva a pochi metri dai rottami dell’incidente dei Lynyrd Skynird e non prosegue per paura dei serpenti.

I luoghi delle tragedie gli appaiono sempre normali, banali, invisibili: se andare incontro alla morte certifica la credibilità di un artista, i posti in sé non trasmettono nulla che possa attestare l’importanza storica della loro fama. Perché allora diventano un simbolo, una meta di pellegrinaggio, una chiave di lettura retroattiva sulla musica? La risposta di questo libro è nel suo stile caustico: perché siamo noi ad aver bisogno di vederci in un certo modo.

Kurt Cobain non aveva bisogno di morire per guadagnarsi la sua integrità, perché l’aveva già. Tuttavia, la sua morte sembra aver dato a dei perfetti sconosciuti un senso dell’integrità che non avevano mai desiderato quando lui era vivo.

C’è un’ingegneria inversa; tutto questo dice molto di più sulle persone che amano Buckley che non sulla sua musica. Come Alice Cooper, amiamo i morti. Anche quando è un semplice incidente, morire dimostra in qualche modo che non facevate per scherzo.

Ecco perché Klosterman parla di sé, e scorrendo le pagine si inciampa in piccole lame che scalfiscono la sua corazza di strafottenza:

Io amo i Kiss perché il mondo prende senso quando penso a loro. L’arte e l’amore sono una cosa sola: è il processo di vedersi nelle cose che non sei tu. È comprendere l’irragionevole. E sebbene la teoria che propongo sia completamente irragionevole, pure è qualcosa che io comprendo appieno.

klostermanTutto torna, dunque. In Prozac Nation, Elizabeth Wurtzel scrive che si usa il “concetto di arte come strumento per comprendere la morte, così come l’arte è spesso usata come un prisma per comprendere la vita”. Ecco come si spiega il titolo originale, Killing Yourself To Live, Uccidere se stessi per vivere: non è riferito ai musicisti, ma al lettore. Abbiamo bisogno di credere in qualcosa, altrimenti la gente morta è soltanto… morta.

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Friendless / Zeffjack

Friendless dei Zeffjack è un album coraggioso, rock e strumentale. Se con questo titolo il gruppo voleva esprimere il proprio disorientamento dopo alcuni lavori autoprodotti, può anche usarlo per dichiarare la propria unicità, un isolamento distintivo. Il suono esce puro direttamente dalla sala prove, con la spontaneità di una rabbiosa jam session, la carica di un riff interminabile, un assolo debordante che fagocita qualsiasi costrutto con l’urgenza di esprimersi.Zeffjack cover

Le canzoni sono piccoli racconti senza parole, descrizioni di ambienti e sensazioni, cronache di viaggi mentali plasmati sulla geografia della provincia. Il primo singolo, Poretti Party, è un terremoto punk, in cui riverberi animaleschi (pare di sentire gracidii e fischi) punteggiano un movimento che ondeggia e sussulta. La relativa morbidezza del brano successivo, Starting Light, diventa occhio e vortice del ciclone, un ritmo che si fa pausa per comunicare un senso di smarrimento e di perdita di coscienza, quasi si girasse come dervisci.

Sembra di stare sull’orlo di un baratro: in Number 9 si esaspera l’attesa, si alimenta la tensione, si tira un elastico fino a lanciarlo contro il cielo, per spezzare il grigiore. I Zeffjack scalano ottava dopo ottava in Mont Blanc, e sembra che giochino una partita di calcio in Arnold Press, dove la musica corre tra rimbalzi, stop e rasoiate. L’attitudine allo scatto si nasconde anche in canzoni che sembrano leggere, come California Buttefly, in cui dietro la leggerezza si nascondono artigli pronti a graffiare.

O ad accettare una momentanea sconfitta, prima di rassegnarsi: Demo Cemetery ricorda certe atmosfere alla Placebo, da luci al neon sparate su corpi che ondeggiano, indecisi se lanciarsi o ritirarsi. Una sorta di impotenza adolescenziale sul futuro, una coda lunga che indugia e non molla, un tentativo di ipnosi che è una richiesta di attenzione: Fade Out è insistente, St. Antony’s Fire tende alla psichedelia, ma il tappeto sonoro è più duro, più ombroso.

In fondo, se Friendless esiste, è perché gli Zeffjack non hanno fermato la propria onda d’urto: hanno ribadito la propria esistenza, hanno sostenuto una linea, una presenza che si proietta nel mondo. Deep Impact è la bandiera di un rock che chiama il pubblico sotto il palco, una cavalcata da finale di concerto, un buon proposito per far conoscere il proprio stile, composto da una batteria pressante e da chitarre che la sfidano senza tregua.

Gli Zeffjack hanno trovato buoni compagni di viaggio musicale: Rocketman Records che li ha prodotti e Blob Agency che ce li segnala: Friendless non rimarrà senza amici 🙂

Se volete frequentarli anche voi, potete trovarli sul loro sito ufficiale e sui loro profili social (Facebook e Twitter).

Osage County

Uno dei contenuti più interessanti del film I segreti di Osage County è un extra del DVD: l’intervista a Tracy Letts, l’autore della sceneggiatura premiata con il Pulitzer nel 2008. In questo caso meglio vedere il film prima di leggere il libro: seguire le voci dei personaggi sul copione diventa più facile, anche se si perde in immaginazione – si visualizzano con facce, toni e movimenti degli attori, non c’è nulla da fare.

D’altronde, Tracy Letts dichiara di preferire la forma teatrale perché è un lavoro di gruppo, una collaborazione che migliora il testo in un modo imprevedibile. Il film risente di una recitazione impostata, accademica, ma lo stile diventa quasi un argine a una famiglia debordante nel linguaggio e disastrata nelle relazioni. Letts precisa che non è un’autobiografia, pur avendo utilizzato spunti personali: in realtà, tolta l’estremizzazione, ogni spettatore si può riconoscere in una descrizione universale di problemi, rapporti affettivi, comunicazioni distorte.

OsageCounty

Altre immagini sul sito di Wan Phing Lim

Quello che il film esalta è il ruolo dell’ambientazione: l’Oklahoma diventa a tutti gli effetti un personaggio. La provincia americana, definita “uno stato d’animo, un’afflizione dello spirito, come il blues”, grazie alla cinepresa non è solo evocata, ma concretizzata nei campi di grano, nelle strade che corrono nel nulla, nei placidi laghi che inghiottono vite. Il titolo della pièce (Agosto, foto di famiglia) mette l’accento sul caldo torrido della stagione, che esacerba il nervosismo, le incomprensioni, il distacco. L’afa soffocante carica di elettricità, come prima di un temporale, senza godere del refrigerio successivo alla pioggia, sostituisce il tradizionale calore della famiglia. Le esplosioni d’ira, le recriminazioni, non schiariscono i cieli ma servono solo a ricaricare un’arma mai stanca di sparare cattiveria, astio, dolore.

La sofferenza fisica e mentale si manifesta nelle parole, nella bocca ammalata di cancro della matriarca Violet, nelle poesie del suicida Beverly, nella musica che si fa carico di reazioni “normali”. Si scopre che Eric Clapton è una passione di Violet, ascoltato nello smarrimento di una scomparsa, quasi a invocarne il conforto per un’affinità del sentire. E l’unico amore sincero, che non potrebbe esistere perché Ivy e Little Charles sono cugini, si può esprimere solo in un pianoforte suonato insieme, mentre le altre coppie possono vomitare veleno e risentimento senza alcuna riprovazione.

La famiglia borderline sembra un tema ricorrente per Tracy Letts, che la indaga anche in un’altra opera tradotta in film: Killer Joe, una prova strabiliante di Matthew McConaughey. Un’America rurale che prova a sganciarsi dagli stereotipi di una sottocultura rozza e disperata, ma rimane invischiata in comportamenti ancestrali e nelle risposte istintive dettate dai geni, che siano dei genitori o dei luoghi.

Due anime nel pallone

Uno dei motivi per cui seguo il calcio è sentirlo raccontare: lo guardo, dal vivo e in televisione, ma il fascino della radiocronaca è per me imbattibile. Ascoltare le voci dal campo, dalla tribuna, mi fa percepire lo spirito della gara, la vita sportiva, con meno distanza rispetto alla pura immagine, con buona pace di replay, moviole e riprese in esclusiva.

Amando la parola, non potevo non approfittare degli incontri letterari con due personaggi che il mondo del calcio lo costruiscono e lo scrivono: Darwin Pastorin e Nicola Rizzoli. Avvicinati per coincidenza territoriale, partono da prospettive opposte ma si congiungono su una linea d’orizzonte. Sono sguardi che devono cogliere tutto il campo, traducendo quello che a prima vista non possiamo o non sappiamo cogliere.

Quasi tutti quelli che parlano di calcio hanno giocato a calcio almeno una volta nella vita.

Quasi tutti quelli che parlano di arbitri non hanno mai arbitrato una partita nella loro vita.

A volte il mondo si rintana tutto in una piccola porzione di terra. Si restringe lo sguardo per allargare le riflessioni, si semplifica in uno schema per trovare risposte complesse. È il meccanismo della metafora, è lo spirito del gioco. Darwin Pastorin, nel suo libro Lettera a un giovane calciatore, riporta una citazione di Javier Marias: il calcio è il “recupero settimanale dell’infanzia”. Si alleggerisce il quotidiano mettendo in scena il duello fatale e irrisolvibile tra vincitori e vinti, tra la vita e la morte. Si arriva a definire quello che la filosofia e le parole faticano a inquadrare.

Pastorin cita dalla raccolta Splendori e Miserie del Gioco del Calcio di Eduardo Galeno, che a sua volta riprende la teologa tedesca Dorothee Sölle: Come spiegherei la felicità ad un bambino? Non gliela spiegherei, gli darei un pallone per farlo giocare”.

È un sentimento, e una visione, quello che si cerca di tradurre nella scrittura: Darwin Pastorin segue i consigli di un suo “maestro severo”, Vladimiro Caminiti, che lo sprona a migliorare senza tregua le sue descrizioni (“Parti dal verde del campo e dall’azzurro del cielo”). È necessaria un’assoluta fedeltà alla parola scritta, che ha il potere di incidere profondamente sulla psiche, dilatando il tempo delle azioni. Il puro cronista si trasforma in un “bracconiere di storie e personaggi”, come dichiara Giovanni Arpino, un altro riferimento perché legittima la cronaca sportiva come vero giornalismo. Pastorin cattura davvero le anime dei calciatori, trasmettendo e motivando la passione per uomini non comuni: da Pietro Anastasi, che in un tema giovanile venne dichiarato il personaggio più influente del Novecento, a Garrincha, campione analfabeta e poliomielitico che desiderava solo la libertà di un uccellino in gabbia, alla squadra del Corinthians che scelse un’autogestione democratica. Il libro di Darwin Pastorin è una lettera d’amore onnicomprensiva: per le parole, per il calcio, per i ragazzi che corrono sui campi.

Può sembrare piaggeria mettere al centro i bambini, ma più delle dichiarazioni contano i fatti: entrando nello spazio della presentazione, Nicola Rizzoli saluta per primi alcuni giocatori in erba, incontenibili nella loro agitazione e preparatissimi sulle imprese dell’arbitro, e un giovane collega a cui “brillano gli occhi” sopra la divisa ufficiale della sezione AIA di appartenenza.

Rizzoli@RizzoliÈ automatico immaginare loro come protagonisti dell’aneddoto che regala per spiegare la fiducia nelle nuove generazioni: fa risaltare la maturità di un bambino che si scusa per l’arroganza del padre mentre assiste a una partita, come una medaglia a doppia faccia. È un problema di cultura sportiva: finché prevarrà il sospetto, non ci sarà VAR capace di sconfiggere la malafede. Gli arbitri, così bistrattati, sono professionisti che si preparano mentalmente e fisicamente, che studiano i regolamenti e le squadre, che si assumono la responsabilità di decisioni incisive. Nulla è casuale, o emotivo: se dall’autobiografia di una carriera eccezionale si scoprono i dietro le quinte, i preliminari delle partire dal punto di vista dell’arbitro, di persona colpisce il carisma di Nicola Rizzoli, la capacità di dirigere il discorso come impostava le gare, la concentrazione e l’accuratezza nella gestione di un ruolo da “figura istituzionale” senza risultare rigido, impostato, freddo. Anzi, attira curiosi che probabilmente non lo riconoscono al primo colpo e trasmette il rispetto e la complicità tra colleghi, una squadra al servizio di altre squadre.

Che gusto c’è a fare l’arbitro? Non c’è una risposta sola, e non sempre è positiva: a ogni capitolo si rinnova il sacrificio e il lavoro, la spinta a far meglio e la soddisfazione di riuscirci. È una prova continua, una maratona atletica, una disciplina mentale. Un metodo di lavoro che andrebbe applicato a qualsiasi settore, esaltando la preparazione e l’analisi. È un’indagine che va oltre la contingenza, toccando alte questioni morali: l’onestà intellettuale, il valore dell’errore, la reazione alle sconfitte.

Sono uomini che continuano a correre pur vedendo il futuro correre su altre gambe. Nicola Rizzoli parla serenamente di stimoli differenti: essendo improbabile una seconda finale dei Mondiali, può scegliere di dedicarsi al nuovo progetto di designazione arbitrale. Il professor Mario Allegri, che ha dialogato con Darwin Pastorin, sottolinea una vena crepuscolare nella Lettera a Un Giovane Calciatore. È una forma di saudade, risponde il giornalista: la nostalgia per le cose che potrebbero essere e non saranno.

Intanto, esistono ancora persone che credono in ciò che fanno. “Controlla ciò che puoi”: punta al massimo, accompagna la tensione che cresce e poi ridimensiona, ironizza, rendi la grandezza alla tua portata.

Revolver / Beatles

Dovendo rimediare alla mia ignoranza sui Beatles, ho chiesto consiglio su dove cominciare. Revolver, mi è stato risposto. Revolver_original_449Al primo ascolto di quello che è stato definito un apripista dei concept album, mi colpisce una vena disturbante, che si manifesta in Yellow Submarine. Per me era sempre stata la canzoncina da fischiettare quasi come una conta, invece tra le altre canzoni si rivela inquietante. Revolver è una ricerca esistenziale, sia nei temi (la solitudine, la morte, le droghe, la spiritualità) che nell’approccio alla musica. Lo studio di registrazione diventa luogo di sperimentazione e uno strumento musicale in più: dalla necessità di ritirarsi dagli assalti del pubblico, i Beatles scoprono una potenzialità che sarà germinale per i successivi album.

L’atmosfera da dietro le quinte si può sbirciare nel mini – documentario contenuto nella versione rimasterizzata di Revolver: fotografie e conversazioni che restituiscono le fasi di lavoro, insieme agli appunti editi sul booklet. La copertina stessa è il risultato della volontà di visualizzare la musica: l’artista Kurt Voormann ha tradotto in immagine il carattere d’avanguardia dei Beatles, che si spingono sulla strada della psichedelia. Il disegno, influenzato dallo stile Art Noveau di Aubrey Beardsley, rappresenta anche le quattro personalità distinte dei Fab Four, che riescono ancora a fondersi pur tirando ciascuno le proprie briglie. E il finale di Revolver, tra l’improvvisazione trascinante degli ottoni in Got To Get You Into My Life, e il presagio di Tomorrow Never Knows, trasferisce nelle note l’irrequietezza dei Beatles.

Ascoltare una pietra miliare come Revolver non è semplice, anzi, sembra che entri immediato nelle orecchie, ma è una naturalezza sedimentata dalla fama e cesellata per sembrare spontanea. Per approfondire l’aspetto tecnico, vi rimando alla pagina di Wikipedia, mentre per la genesi potete leggere l’articolo di Repubblica. Una curiosità: George Harrison scrisse in una lettera che avrebbero voluto registrare Revolver con Jim Stewart, il produttore che aveva seguito uno dei loro artisti soul preferiti, Otis Redding.

Insomma, per apprezzare certi capolavori bisogna studiare, ma la mediazione della critica e della storia non pregiudica un ascolto di pancia, anzi. Vien voglia di rischiacciare play e farlo sparare ancora, questo Revolver. Prima di affrontare il disco successivo dei Beatles, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.

Look Closer / Phantomatica

Emergenza Festival è un live contest per musicisti, nato a Roma nel 1992 e oggi presente in 34 Paesi: le selezioni si svolgono in set di 30 minuti in un club della regione di riferimento del gruppo, e i vincitori delle fasi nazionali partecipano alla finale in Germania, con la possibilità di esibirsi insieme a nomi del calibro di Iggy Pop e di vincere una produzione professionale, un tour sponsorizzato, strumenti e materiali tecnici.

Blob Agency mi ha segnalato Phantomatica, una band di Macerata, attiva dal 2009, che quest’anno è arrivata alla finale dell’Emergenza Festival Marche. Non è il primo traguardo importante di questa formazione di alternative rock, che nel 2015 ha aperto un concerto dei Guano Apes a San Pietroburgo.

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I Phantomatica hanno da poco pubblicato il loro primo album, Look Closer: dieci tracce in cui si sente un riutilizzo originale dei loro ascolti, stemperati dalla loro personalità. Non ci sono ascendenze dirette, ma si manifesta un animale musicale domato dalle loro abilità. Il gruppo è capace di creare atmosfere variegate nelle canzoni, un viaggio ambientale tra ballad come Sailor, che evoca sonoramente il mare, e Impossible Possibility, che sembra il racconto in punta di dita di una giornata piovosa, che scorre dietro il vetro di una finestra.

Non mancano pezzi più energici, come Mr. Nobody che ricorda i Nirvana negli urli di certi passaggi e nella vischiosità della melodia, o come Bittersweet Pleasure, dalla velocità quasi punkeggiante che arriva tra un attacco molto aggressivo e un intermezzo psichedelico alla Pink Floyd. Cupa e secca, con un assolo tirato a molla, è Nosedive, mentre Revelation e I’m Not The Only One sono corpose ed evanescenti allo stesso tempo, in bilico tra un solido rock e un mood onirico.

Se volete un esempio della musica dei Phantomatica, potete guardare il video del loro primo singolo, Drop It. Li potete inoltre seguire su Facebook e sul loro sito.

Schiaffi

Ovvero, altissime aspettative non appagate: vi spiego brevemente il mio perché, sperando che qualcuno voglia contraddirmi 🙂

Terrò l’articolo aggiornato, man mano che prendo le botte!

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Tante piccole sedie rosse di Edna O’Brien (Einaudi, 2017): un romanzo ispirato alla vita di Radovan Karadzic, uno dei registi della guerra nei Balcani degli anni Novanta. La scrittrice è una delle massime autrici irlandesi, questo libro è stato definito da Philip Roth il suo capolavoro, e io mi perdo a metà. La cesura della storia è così repentina da scollegare le due parti, e lascia un retrogusto di incompiutezza. L’idea incarnata dal protagonista, una venuta misteriosa e quasi sovrannaturale, viene abbandonata come per una dimenticanza: uno sviluppo che cresce promettente e che si blocca in una sospensione evanescente.

Parla, mia paura di Simona Vinci (Einaudi, 2017): un racconto autobiografico sugli attacchi di panico di cui ha sofferto la vincitrice del premio Campiello 2016. Quando si parla di una vicenda privata, i commenti sembrano giudizi sulla persona, intrusioni, parole facili e indelicate. Mi aspettavo di leggere uno scavo più pesante, un trapano nell’anima: invece ho avuto la sensazione di saperne più io, di rimanere in superficie, di non sentire il vissuto.