Accordi in attesa: seconda parte

roadie no backstage pass @accordo

Foto dal sito accordo.it

Mentre il gruppo sistema l’attrezzatura, i barman hanno preparato un tavolo pieno di cibo e di birra fresca. I ragazzi adorano godersi i locali fino all’ultimo, parlare coi gestori, vivere la coda dell’entusiasmo e dello spirito di appartenenza che hanno fatto esplodere con la loro musica. Si scambiano opinioni e critiche sul concerto, scherzano, si rilassano, e continuano a lavorare sulle nuove idee. Sono notti lunghe, lei lo sa bene, l’adrenalina che scaricano suonando si rigenera a getto continuo.

Tornano in hotel senza smettere di parlare, chiedono sempre di prenotare un’unica stanza perché sanno che dormirebbero comunque in una sola, addormentandosi senza accorgersene. La coinvolgono facendole ascoltare un paio di demo che hanno registrato in viaggio, chiedendole pareri per preparare il nuovo album. Avrebbero tutto il tempo di trovarsi in ufficio, ma di notte, in una cameretta come gli adolescenti, è un’altra storia, più spontanea, grezza, non imbrigliata.

Quando vanno su aspetti tecnici, accordi, testi e mixaggi, ne approfitta per sgranchirsi le gambe. Scende alla reception sperando di trovare la caffetteria aperta, e il portiere la accompagna a prendere un cappuccino.

– Posso offrile anche qualche biscotto? So che li hanno appena sfornati.

Lei gli sorride e ringrazia. – Le sembro una che rifiuta un dolce? Ma vorrei essere ancora più rompiscatole… Ho visto che ci sono delle poltroncine affacciate sul giardino, posso sedermi là?

– Certo, se ha voglia di far due chiacchiere troverà anche compagnia. Arrivo subito.

Ha già un sospetto di chi può esserci. Sta guardando oltre i vetri, nel verde screziato delle lanterne, e gli si annuncia toccandogli la spalla. – Di nuovo ciao, Sandro.

– Non credevo ti lasciassero uscire, se si son già addormentati è preoccupante.

– No, stanno scrivendo, li ho lasciati soli.

– Sei sempre molto discreta.

Rannicchiata sulla poltrona, a Sandro fa tornare in mente la versione di lei poco-più-che-bambina. Ha un’immagine nitida di quando se l’è trovata davanti per la prima volta, determinata e impassibile alla pioggia. Lui passava i pomeriggi in uno studio a trafficare, appassionato di informatica e di tecnologia del suono. Le avevano segnalato questo ragazzo e lei si era impuntata per conoscerlo, pensando che potesse essere il tipo giusto per il gruppo di suo fratello, per aiutarli a registrare un demo abbastanza decente da esser proposto alle loro prime esibizioni, e magari a qualche radio locale, o addirittura a una casa discografica. Sandro l’aveva fissata mentre lei gli esponeva un progetto dettagliato, puntuale, già da manager. Lui conosceva il fratello, ma non li aveva ancora sentiti suonare e non aveva intenzione di impegnarsi senza verificare. Lei lo invitò alle loro prove, suonavano a casa loro, in una specie di ripostiglio che avevano insonorizzato, praticamente tutte le sere. Lo incuriosì, anche per lui la musica era un’esigenza quotidiana.

Ci andò la sera stessa, e tornò il giorno successivo, per incontrare lei. Era sul divano, stretta ad occupare meno spazio possibile come ora, ma allora non capiva se intimidita o infastidita dalla sua presenza.

– Volevo ringraziarti per l’invito, ieri sera ho ascoltato il tuo gruppo e penso di potervi dare una mano.

– Grazie a te, ma in questo momento mio fratello non è in casa, se vuoi parlarci torna stasera.

– Con lui sono già d’accordo, volevo discuterne con te.

Lei sgranò gli occhi, e lui si accorse che erano lucidi, forse troppo perché fosse solo contenta.

– Ma hai la febbre?

– Sì, ma sta passando.

Fu il turno di Sandro di esser stupito. Era arrivata ad ammalarsi, per convincerlo.

Diventarono le due ombre del gruppo, i ragazzi suonavano, lui registrava, lei girava per locali, radio, riviste. Lavoravano in squadra, e Sandro, pur ammirando i musicisti, era sempre più attento a questa ragazzina. Era riuscita perfino ad assicurarsi la presenza di alcuni addetti ai lavori alla festa scolastica di fine anno: il gruppo si sarebbe esibito in chiusura, e lei si era occupata di tutta la promozione, dai manifesti agli inviti, dalle attrezzature ai permessi. Lo aveva coinvolto come fosse un membro della band: quando avevano scelto l’immagine di copertina della loro prima registrazione, Sandro non era presente con gli altri, ma lei aveva atteso la sua opinione. Si ricordava di un tavolo coperto di bozzetti, lei glieli voleva mostrare tutti, per non imporgli nessuna preferenza. Aveva apprezzato questa gentilezza, la cura che dedicava a ogni persona.

Dopo la festa, la maggior parte degli organizzatori si spostò a casa della ragazza che aveva presentato la serata, mentre Sandro rimase a sistemare gli strumenti. Potevano spostarli la mattina seguente, ma preferiva controllare subito che fosse tutto in ordine, in modo che rimanessero solo da caricare. Stava facendo mente locale seduto su una cassa, bevendo una birra, quando lei gli gli inciampò addosso.

– Oh scusa, non volevo riaccendere tute le luci e cercavo di orientarmi nella penombra…

– Non preoccuparti. Non sei andata con gli altri?

– No, li ho salutati tutti mentre uscivano… e tu come mai ancora qui?

– Ho sgomberato il palco, ma poi vado a casa, ho visto abbastanza gente per oggi.

– Scontrata anche l’ultima rompiscatole, direi che sei a posto.

– Figurati, ti vedo sempre volentieri.

– Ah sì?

Sandro la fissò, girandosi con tutto il corpo verso di lei. – Ti ho dato un’impressione diversa?

– Beh, so di essere un po’ esigente, magari non mi dici che sono insopportabile ma lo pensi.

– No, penso esattamente il contrario e non te lo dico perché non credo che tu possa essere interessata a me.

– Non capisco…

– Sto parlando dal punto di vista personale, non professionale. Non penso che tu vorresti frequentarmi, in privato, intendo.

– E perché? Semmai saresti tu, quello che conosce talmente tanti ragazzi e ragazze da non aver bisogno di uscire con me.

– Ma scherzi? È vero, gente ne conosco, ma come hai visto, finito lo spettacolo non vado a caccia.

Lei rise – In effetti pensavo che non ti mancasse la scelta.

– La scelta non mi manca, è solo unica.

– Cosa intendi?

– Quello che sceglierei, anzi, quella che sceglierei, sei tu.

– Eri venuto qui per stare solo?

Sandro si accorge che lei ha finito il suo spuntino e lui si è perso nei suoi pensieri. – Scusami, stavo pensando a un nostro vecchio concerto… e mi avevi fatto quasi la stessa domanda.

Lei sorride. – E la tua risposta, è la stessa?

– Beh, penso che noi due siamo nati per rimanere soli dietro le quinte. Noi ci mettiamo le mani, non la faccia. Noi lavoriamo in silenzio, sulla distanza. Noi, non io. Io voglio stare solo con te, in ogni senso tu possa intenderlo.

Lei si alza, e lui come allora le afferra il polso e se la tira addosso, per baciarla.

– Se vuoi stare da solo con me, Sandro, abbiamo i nonni che fanno a gara per tenere i bambini, quando rientri.

– Lo so, hanno chiamato anche me… Ma ho voglia di coccolare anche loro, ti dispiace?

Lei gli sorride e gli accarezza una guancia, mentre lui le sistema la camicia che le ha più o meno inavvertitamente slacciato. – Come si fa a contraddire un papà così carino e premuroso?

– Mah, alla fine si lavora dietro le quinte pure con loro, vorrei solo starli un po’ a guardare sul loro palco… Teniamoci il bonus nonni, però.

E ridono, insieme, nell’attesa.

Annunci

Accordi in attesa

Il barman la riconosce mentre si avvicina al bancone, e le sorride alzando appena il mento per salutarla. Non perché sia troppo occupato, anche se la folla nel locale è notevole: sa che lei preferisce non farsi notare.

– Bentornata, non ti aspettavamo qui stasera.

– Ho sfruttato le coincidenze.

– Vuoi lasciarmi qui il tuo zaino? Al momento non ci sono coincidenze, per i camerini.

Lei ride. – Grazie, mi sono accorta che ci vorrà un binario speciale, per arrivarci.

– Beh, è un gruppo che spacca, non lo sapevi? – e le strizza l’occhio.

Lei ride di nuovo, girandosi verso il palco. Un cantante, un chitarrista, un bassista e un batterista, i suoi ragazzi. Anche se da tempo non li segue più direttamente, rimangono suoi. Sì, il cantante è suo fratello, ma ha capito qual era il suo mestiere, per aiutarli a prendersi il posto che spettava loro, nel mondo della musica. Così ha trovato anche la propria dimensione, la dote di spingere altri gruppi davanti a un pubblico, dentro una sala di incisione, sulle copertine degli album e sotto i riflettori.

Il concerto è quasi al termine della scaletta, ma vista l’affluenza dovrà avere pazienza, prima di riuscire ad avvicinarsi alla squadra. Le piace tornare ad essere una semplice fan: è uno dei pochi gruppi che ascolta senza applicare i suoi parametri professionali di valutazione, e ha modificato il suo viaggio di rientro per fare questo regalo a se stessa e la sorpresa a loro.

Deve mantenere un certo distacco, mentre sente mescolarsi orgoglio e invidia. A volte vorrebbe essere una di quelle ragazze che si accalcano aspettando il loro preferito, ma lei è rimasta sempre dietro le quinte, a prendere contatti, a raccogliere plettri, a riavvolgere cavi.

Roadies

Roadies, la serie TV (che non ho ancora visto, mannaggia)

Li osserva mentre firmano autografi, scambiano due chiacchiere, si lasciano fotografare. Sul palco stanno iniziando a smontare, è il momento di chi come lei vive nascosto per la maggior parte dello spettacolo. Hanno uno staff abbastanza ridotto: due roadie e un tecnico del suono che li segue dai tempi del liceo. È una danza diversa da quella dei musicisti, ma serve altrettanta coordinazione, e sentimento. Li raggiunge e li saluta bussando sulle casse spia. Si girano tutti e tre in contemporanea, con l’identico stupore sul volto. I due roadie scendono in fretta per abbracciarla, attirando l’attenzione del gruppo, che urlano il suo nome per farla avvicinare. Lei e il tecnico del suono si scambiano uno sguardo, una scintilla di esitazione, come tanti anni prima. Lui le fa cenno di andare, l’attesa non li spaventa, fa parte del ritmo delle loro vite.

I ragazzi la sommergono di parole, di domande, la tirano in camerino con loro mentre si cambiano prima di recuperare i loro strumenti.

– Ti fermi a dormire da noi vero? – le chiede suo fratello – Abbiamo la camera grande, in hotel… Come ai vecchi tempi, no?

– In realtà volevo essere a casa domani mattina per riprendermi i pargoli…

– Eh, come fossero abbandonati… Dimmi da quali nonni sono che sistemo tutto io.

– Da quando in qua sei tu che organizzi? Ti ricordo che hai assunto me, per farlo.

Si sposta fuori dal camerino per lasciare loro un momento di privacy e torna nella sala principale. Alcuni fan stanno parlando con il tecnico del suono, accovacciato accanto al mixer: sanno che è una delle persone più vicine al gruppo, e i più assidui lo conoscono anche per nome. Anche lui, come lei, preferirebbe passare inosservato, ma è una persona gentile e professionale, si presta volentieri a rispondere alle loro curiosità. I loro fan sono talmente piacevoli e attenti che non superano mai i limiti dell’educazione: infatti si accorgono che lui ha visto con la coda dell’occhio qualcuno che si avvicina, e gli augurano buon lavoro.

– Grazie Ale, ci vediamo alla prossima data!

– Sandro… – lo saluta lei, usando un diminutivo che non usa nessun altro. Più che un vezzo, un antico accordo.

Lui si siede allungando le gambe, arriva quasi a toccare terra. – Un fuori programma.

– Già, spero di non aver scombinato i vostri piani – ironizza girando la schiena al palco, vicina a lui.

– Hai fatto scappare tutte le groupie… Sentirai i lamenti quando escono i tuoi compari.

– Mi sembra che le avessi tu, qui, un attimo fa…

– Se è così, la mia situazione è migliorata.

Lei sorride e gli appoggia per un attimo la mano sulla coscia, prima che lui si rialzi e vada a completare il suo lavoro.

Continua…