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Traduzioni e poesie

Ho confuso Bruno Arpaia con Tullio Dobner. E un po’ me ne dispiace, perché ho dato per morto il primo mentre lo è solo il secondo, e un po’ credo di avergli fatto un complimento. Perché Tullio Dobner è stato il traduttore di Stephen King, e ci restituiva il senso dei giochi di parole dello scrittore americano, filastrocche e modi di dire che non si possono trasportare impunemente da una lingua all’altra.

Un esempio incancellabile? La canzoncina de La Tempesta del Secolo:

Io sono una teierina, rotonda e piccolina…

Di qui ho il manicuccio, di là c’è il mio beccuccio.

Se suona familiare anche ai non lettori di King, probabilmente l’avete sentita in un episodio dei Simpsons

La versione americana è questa:

I’m a little teapot, short and stout

Here is my handle, here is my spout

When I get all steamed up, hear me shout

Just tip me over and pour me out!

(Grazie al Gruppo Google dei Fan del Re per la disamina delle influenze)

Arriaga_Bompiani

Bruno Arpaia è riuscito in una magia simile traducendo Il Selvaggio di Guillermo Arriaga, un romanzo straripante di storie parallele e distinte che si annodano man mano si procede nella lettura, un po’ come accade in King. Ed è un libro visuale, che dispone le parole in grafiche movimentate ed emozionali, oppure le srotola in un flusso di coscienza: questa dinamicità quasi parlata della scrittura me lo ha associato a Dobner.

A volte le traduzioni sono invisibili, a volte ci mostrano la loro magia, rivelandosi mentre rivelano lo straniero.

È un buon compromesso, tra un accesso negato e un abbassamento della musicalità del testo; ma forse, il problema del suono si limita alla poesia. Oppure, il traduttore diventa un poeta, perché sceglie il vocabolo più preciso per la parola originale, la frase più armonica per il concetto dell’azione, la scansione del paragrafo per lo sviluppo del pensiero dell’autore.

Sperando che, come la poesia, ci lasci sia l’impronta dello scrittore, sia i sentieri aperti per la nostra interpretazione. Perché la lettura è personale, intima, difficile dirne qualcosa di interessante per gli altri se ti sembra che sia rilevante solo per te. Perché non deve essere utile né utilizzata.

Leardini

Anziché parlare di libri, magari si può solo leggere, pagine nuove o pagine già segnate dalle nostre dita, come la raccolta della poetessa contemporanea Isabella Leardini, Una Stagione d’Aria. Immagini ricorrenti che fotografano la sospensione dell’attesa, spalancando la casa dell’anima tra i contrasti: l’estate e i temporali, le finestre e le ringhiere, gli uccelli e la polvere.

Amare è un atto di interpretazione

che riempie il giorno dopo l’evidenza

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Pubblicato in: Poesia

Paralisi

mara-cerri
Disegno di Mara Cerri

Manca l’aria.

Un battito di cuore strozzato da un soccorso

che non risana ma annienta la spina dorsale.

Nervi appesi

a ganci anestetizzati

dalla resistenza,

d’istinto.

In astinenza di stima per sé

in overdose di delusioni,

un laccio, scaricato lungo le braccia

che le incrocia

in un cerchio saldato da unghie,

che arano la pelle

in solchi,

che spurgano graffi di rabbia

e grani di lacrime,

preghiere laiche

infilate su fili spinati di sangue.

Razionato il futuro

dalla doppiezza di un sostegno

bugiardo

che reitera lo smarrimento,

a ogni tentata liberazione,

a ogni nodo sciolto

per consunzione

del cappio

inerte.