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Due anime nel pallone

Uno dei motivi per cui seguo il calcio è sentirlo raccontare: lo guardo, dal vivo e in televisione, ma il fascino della radiocronaca è per me imbattibile. Ascoltare le voci dal campo, dalla tribuna, mi fa percepire lo spirito della gara, la vita sportiva, con meno distanza rispetto alla pura immagine, con buona pace di replay, moviole e riprese in esclusiva.

Amando la parola, non potevo non approfittare degli incontri letterari con due personaggi che il mondo del calcio lo costruiscono e lo scrivono: Darwin Pastorin e Nicola Rizzoli. Avvicinati per coincidenza territoriale, partono da prospettive opposte ma si congiungono su una linea d’orizzonte. Sono sguardi che devono cogliere tutto il campo, traducendo quello che a prima vista non possiamo o non sappiamo cogliere.

Quasi tutti quelli che parlano di calcio hanno giocato a calcio almeno una volta nella vita.

Quasi tutti quelli che parlano di arbitri non hanno mai arbitrato una partita nella loro vita.

A volte il mondo si rintana tutto in una piccola porzione di terra. Si restringe lo sguardo per allargare le riflessioni, si semplifica in uno schema per trovare risposte complesse. È il meccanismo della metafora, è lo spirito del gioco. Darwin Pastorin, nel suo libro Lettera a un giovane calciatore, riporta una citazione di Javier Marias: il calcio è il “recupero settimanale dell’infanzia”. Si alleggerisce il quotidiano mettendo in scena il duello fatale e irrisolvibile tra vincitori e vinti, tra la vita e la morte. Si arriva a definire quello che la filosofia e le parole faticano a inquadrare.

Pastorin@SoccerIllustrated
Dal sito Soccer Illustrated

Pastorin cita dalla raccolta Splendori e Miserie del Gioco del Calcio di Eduardo Galeno, che a sua volta riprende la teologa tedesca Dorothee Sölle: Come spiegherei la felicità ad un bambino? Non gliela spiegherei, gli darei un pallone per farlo giocare”.

È un sentimento, e una visione, quello che si cerca di tradurre nella scrittura: Darwin Pastorin segue i consigli di un suo “maestro severo”, Vladimiro Caminiti, che lo sprona a migliorare senza tregua le sue descrizioni (“Parti dal verde del campo e dall’azzurro del cielo”). È necessaria un’assoluta fedeltà alla parola scritta, che ha il potere di incidere profondamente sulla psiche, dilatando il tempo delle azioni. Il puro cronista si trasforma in un “bracconiere di storie e personaggi”, come dichiara Giovanni Arpino, un altro riferimento perché legittima la cronaca sportiva come vero giornalismo. Pastorin cattura davvero le anime dei calciatori, trasmettendo e motivando la passione per uomini non comuni: da Pietro Anastasi, che in un tema giovanile venne dichiarato il personaggio più influente del Novecento, a Garrincha, campione analfabeta e poliomielitico che desiderava solo la libertà di un uccellino in gabbia, alla squadra del Corinthians che scelse un’autogestione democratica. Il libro di Darwin Pastorin è una lettera d’amore onnicomprensiva: per le parole, per il calcio, per i ragazzi che corrono sui campi.

Può sembrare piaggeria mettere al centro i bambini, ma più delle dichiarazioni contano i fatti: entrando nello spazio della presentazione, Nicola Rizzoli saluta per primi alcuni giocatori in erba, incontenibili nella loro agitazione e preparatissimi sulle imprese dell’arbitro, e un giovane collega a cui “brillano gli occhi” sopra la divisa ufficiale della sezione AIA di appartenenza.

Rizzoli@RizzoliÈ automatico immaginare loro come protagonisti dell’aneddoto che regala per spiegare la fiducia nelle nuove generazioni: fa risaltare la maturità di un bambino che si scusa per l’arroganza del padre mentre assiste a una partita, come una medaglia a doppia faccia. È un problema di cultura sportiva: finché prevarrà il sospetto, non ci sarà VAR capace di sconfiggere la malafede. Gli arbitri, così bistrattati, sono professionisti che si preparano mentalmente e fisicamente, che studiano i regolamenti e le squadre, che si assumono la responsabilità di decisioni incisive. Nulla è casuale, o emotivo: se dall’autobiografia di una carriera eccezionale si scoprono i dietro le quinte, i preliminari delle partire dal punto di vista dell’arbitro, di persona colpisce il carisma di Nicola Rizzoli, la capacità di dirigere il discorso come impostava le gare, la concentrazione e l’accuratezza nella gestione di un ruolo da “figura istituzionale” senza risultare rigido, impostato, freddo. Anzi, attira curiosi che probabilmente non lo riconoscono al primo colpo e trasmette il rispetto e la complicità tra colleghi, una squadra al servizio di altre squadre.

Che gusto c’è a fare l’arbitro? Non c’è una risposta sola, e non sempre è positiva: a ogni capitolo si rinnova il sacrificio e il lavoro, la spinta a far meglio e la soddisfazione di riuscirci. È una prova continua, una maratona atletica, una disciplina mentale. Un metodo di lavoro che andrebbe applicato a qualsiasi settore, esaltando la preparazione e l’analisi. È un’indagine che va oltre la contingenza, toccando alte questioni morali: l’onestà intellettuale, il valore dell’errore, la reazione alle sconfitte.

Sono uomini che continuano a correre pur vedendo il futuro correre su altre gambe. Nicola Rizzoli parla serenamente di stimoli differenti: essendo improbabile una seconda finale dei Mondiali, può scegliere di dedicarsi al nuovo progetto di designazione arbitrale. Il professor Mario Allegri, che ha dialogato con Darwin Pastorin, sottolinea una vena crepuscolare nella Lettera a Un Giovane Calciatore. È una forma di saudade, risponde il giornalista: la nostalgia per le cose che potrebbero essere e non saranno.

Intanto, esistono ancora persone che credono in ciò che fanno. “Controlla ciò che puoi”: punta al massimo, accompagna la tensione che cresce e poi ridimensiona, ironizza, rendi la grandezza alla tua portata.

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WASTELAND / Alessia Turri

Wasteland di Alessia Turri (edito da Cierre edizioni) è un viaggio multisensoriale in una California ignorata, più che dimenticata. Ignorata perché non si ha conoscenza del territorio oltre le città più famose e la loro iconografia cinematografica (Los Angeles sopra tutte), ignorata perché allontanata dalla nostra coscienza come la polvere che nascondiamo sotto i tappeti.

Wasteland@Cierreed

L’autrice sarà anche una giovane esploratrice ma ha una sua precisa idea di estetica, una ricerca di atmosfere post apocalittiche che ricordano il Cormac McCarthy de La Strada, o lo Stephen King dei luna park maledetti, dei cimiteri orrorifici, della periferia in cui sembra mancare tutto mentre l’umanità si mostra nuda e intera nelle sue contraddizioni.

Alessia Turri è una cantastorie: raccoglie le vite delle persone che incontra e ce le restituisce in una scrittura curatissima, con un senso del ritmo scandito da frasi che aprono e chiudono come ritornelli appena variati, e da aggettivi tagliati su misura per farci vedere quello che ha visto nei suoi mesi americani. Ci si dimentica quasi che Alessia è anche una fotografa e una videomaker, tanto è brava ad usare le parole, a descrivere quello che c’è e quello che è scomparso, a leggere le macerie come reperti di un passato recente che diventa la Storia di un Paese.

La California di Wasteland come “necropoli del modernariato” è un modello da esportazione, una categoria concettuale applicabile ad altri paesaggi pesantemente modificati dall’uomo. Per sperimentare questa sensazione a pochi chilometri da noi, basta attraversare la Pianura Padana: anche virtualmente, visitando il sito del progetto Padania Classics, il prodotto di una “ricerca visiva che ha l’intento di identificare i ‘classici padani’ nel campo dell’estetica, dell’architettura e dei comportamenti umani attraverso un’attività documentativa, di produzione e diffusione di contenuti”.

Wasteland di Alessia Turri è un’opera scientifica e una lettera d’amore, per luoghi e persone. È movimento e riflessione, è solitudine e condivisione. È un diario e un manifesto, è reportage e poesia. Una miscela di forme contraddittorie, partendo dalla Città di Quarzo dell’urbanista Mike Davis, riunite nella propria visione, nei rifiuti che si reinventano arte.

Potete seguire i viaggi di Alessia e Wasteland su Facebook e Instagram.

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Non Oso Dire La Gioia

Prima di assistere alla presentazione di un libro, di solito lo leggo. Con Non oso dire la gioia, di Laura Imai Messina, è andata diversamente, e penso sia stata una fortuna. Perché l’incontro ha preso una direzione meta-artistica e quasi filosofica, una luce che sicuramente renderà la lettura del romanzo più ricca e assaporata.

Conosco già lo stile e i temi di Laura, grazie al suo blog Giappone Mon Amour, in cui racconta la sua vita e la cultura del Paese in cui si è trasferita 13 anni fa, vincendo un concorso per insegnare all’Università di Tokio. I suoi articoli sono un’oasi di meditazione e curiosità, tra riflessioni linguistiche, tradizioni culturali e pensieri sparsi. Desideravo sentirla dal vivo per avere un’immagine a tutto tondo, per animare con un corpo e una voce le parole che regala sul web.

La mia forse era una ricerca di conferme su un’affinità empatica, che si è svelata mentre Laura raccontava la genesi delle sue storie.non-oso-dire-la-gioia Anche per me i personaggi sono presenze che vivono nel quotidiano, che si sviluppano molto di più di quel che viene rilasciato poi per iscritto. Anzi, i suoi personaggi riescono anche a sorprenderla, infilandosi in colpi di scena non programmati: è un “cerchio che si apre”, un’esplosione di possibili deviazioni nei rapporti tra i protagonisti. Come autrice, si riserva solo la necessità di un finale positivo, pur lasciando che gli eventi precipitino rapidi “come lo zucchero nella schiuma del cappuccino”.

Il flusso del tempo è la faccia nascosta del sentimento che si affaccia quasi timido nel titolo, la gioia. Meno prorompenti della felicità, che si fa inseguire e scalare nei suoi picchi, i momenti di gioia sono “gocce di carica”, da curare come i piccoli fuochi artificiali giapponesi che più si tiene ferma la mano, più risplendono. Una capacità di concentrazione che permette di godere della caducità, una “manutenzione del cuore” per riconoscere la bellezza dell’attesa e il perpetuo movimento dell’immaginare ciò che arriverà. È il tempo che definisce sentimenti e relazioni, non le parole. Sembra un paradosso, per una persona che incarna e trasmette letteratura, ma la lingua è in realtà un luogo interiore, un filtro che modella il pensiero, uno strumento di previsione del futuro prossimo. Le parole sono una modalità di esplorazione di se stessi, non dell’altro: non è necessario dire, le persone sono “verbi che si coniugano”, azioni che si accordano con il ritmo dell’universo, come gli haiku che si tuffano ciascuno nella propria stagione.

Ecco, io mi sto cullando Non oso dire la gioia ancora chiuso ma non intonso, grazie alla dedica di Laura. “Tanoshimi da wa” (se non ho sbagliato l’appunto), “non vedo l’ora”.