Osage County

Uno dei contenuti più interessanti del film I segreti di Osage County è un extra del DVD: l’intervista a Tracy Letts, l’autore della sceneggiatura premiata con il Pulitzer nel 2008. In questo caso meglio vedere il film prima di leggere il libro: seguire le voci dei personaggi sul copione diventa più facile, anche se si perde in immaginazione – si visualizzano con facce, toni e movimenti degli attori, non c’è nulla da fare.

D’altronde, Tracy Letts dichiara di preferire la forma teatrale perché è un lavoro di gruppo, una collaborazione che migliora il testo in un modo imprevedibile. Il film risente di una recitazione impostata, accademica, ma lo stile diventa quasi un argine a una famiglia debordante nel linguaggio e disastrata nelle relazioni. Letts precisa che non è un’autobiografia, pur avendo utilizzato spunti personali: in realtà, tolta l’estremizzazione, ogni spettatore si può riconoscere in una descrizione universale di problemi, rapporti affettivi, comunicazioni distorte.

OsageCounty

Altre immagini sul sito di Wan Phing Lim

Quello che il film esalta è il ruolo dell’ambientazione: l’Oklahoma diventa a tutti gli effetti un personaggio. La provincia americana, definita “uno stato d’animo, un’afflizione dello spirito, come il blues”, grazie alla cinepresa non è solo evocata, ma concretizzata nei campi di grano, nelle strade che corrono nel nulla, nei placidi laghi che inghiottono vite. Il titolo della pièce (Agosto, foto di famiglia) mette l’accento sul caldo torrido della stagione, che esacerba il nervosismo, le incomprensioni, il distacco. L’afa soffocante carica di elettricità, come prima di un temporale, senza godere del refrigerio successivo alla pioggia, sostituisce il tradizionale calore della famiglia. Le esplosioni d’ira, le recriminazioni, non schiariscono i cieli ma servono solo a ricaricare un’arma mai stanca di sparare cattiveria, astio, dolore.

La sofferenza fisica e mentale si manifesta nelle parole, nella bocca ammalata di cancro della matriarca Violet, nelle poesie del suicida Beverly, nella musica che si fa carico di reazioni “normali”. Si scopre che Eric Clapton è una passione di Violet, ascoltato nello smarrimento di una scomparsa, quasi a invocarne il conforto per un’affinità del sentire. E l’unico amore sincero, che non potrebbe esistere perché Ivy e Little Charles sono cugini, si può esprimere solo in un pianoforte suonato insieme, mentre le altre coppie possono vomitare veleno e risentimento senza alcuna riprovazione.

La famiglia borderline sembra un tema ricorrente per Tracy Letts, che la indaga anche in un’altra opera tradotta in film: Killer Joe, una prova strabiliante di Matthew McConaughey. Un’America rurale che prova a sganciarsi dagli stereotipi di una sottocultura rozza e disperata, ma rimane invischiata in comportamenti ancestrali e nelle risposte istintive dettate dai geni, che siano dei genitori o dei luoghi.

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Tonya

Ho visto il film Tonya di Craig Gillespie approfittando dei Cinemadays, l’iniziativa del Ministero dei Beni Culturali che prevede biglietti a 3 € per l’ingresso nelle sale aderenti. Ci tenevo a vederlo al cinema perché il grande schermo poteva valorizzare le evoluzioni del pattinaggio, ma questo in realtà non è un film sullo sport.

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Immagine tratta dal sito My Red Carpet

Secondo me è un film sul giornalismo, sulla capacità di raccontare una storia vera mettendo insieme le versioni dei protagonisti, le prospettive di ciascuno su una presunta verità. L’uso delle interviste è uno stratagemma che sottolinea la responsabilità del montaggio, una scelta che indirizza l’interpretazione di una propria lettura della storia, pur lasciando un’apparente libertà di espressione alle voci. Apparente, perché i testimoni della vita di Tonya possono parlare solo fin quando non vengono sostituiti da un altro scoop: la volubilità delle notizie interrompe bruscamente l’attenzione dei giornalisti, richiamati dallo scandalo O.J. Simpson.

La violenza sembra il sentimento che muove l’America: la famiglia di Tonya è chiaramente disfunzionale, e non viene concessa alcuna redenzione. Stupisce che, nel clima generale di attenzione agli abusi, in questo film il tema non venga approfondito tentando una spiegazione psicologica delle dinamiche familiari: sono i gesti, la fisicità delle molestie, a scandire i rapporti. Diventa una tessera del mosaico che riproduce gli Stati Uniti, una descrizione al pari della musica (strepitosa e ricca la colonna sonora) e della tipica ambientazione nella periferia, tra pick-up e cucine anni Ottanta.

È la necessità di creare un simbolismo che sostenga il mito dell’eroe americano, che ci porta al pattinaggio. Tonya rivendica il suo essere non convenzionale, ma la sua ascesa e caduta è uno schema da tragedia classica, corretta con una buona dose di grottesco e sarcasmo. Le regole del gioco, che sia il pattinaggio o la vita, sono presenti anche se le combattiamo: la presentazione, che i giudici di gara considerano altrettanto significativa delle abilità atletiche, è un criterio di valutazione imprescindibile. Il pattinaggio è così, e si nota lo studio puntuale delle esibizioni e lo sforzo di ricreare l’atmosfera di una disciplina tanto eterea quanto spietata. La riproduzione del lavoro in pista rimane però in superficie: il carico degli allenamenti è limitato a una sequenza alla Rocky Balboa, le tensioni emotive ridotte a crisi isteriche da bambine capricciose, lo stress di una dedizione assoluta derubricato a una generica volontà di piacere agli altri.

Sarà che avevo letto in una recensione dell’utilizzo di una controfigura, ma ho colto lo stacco stridente tra corpo e viso durante i programmi sul ghiaccio ricostruiti nel film: per quanto sia stupefacente la mimesi dei passi tecnici, manca la componente interiore che mi scatena un pianto catartico davanti a ogni vero numero di pattinaggio artistico. Per fortuna, in un cinema sarebbe stato imbarazzante 😀 Guardate i passaggi finali nella pellicola di Tonya, con la vera Tonya Harding ai Campionati Nazionali del 1991, e capirete cosa intendo.

 

Alabama Monroe

Alabama Monroe è un film difficile, ma necessario. NS_AlabamaMonroeCapirete fin dalla prime scene che la storia finirà in tragedia, ma lo guarderete comunque fino alla fine. Se non avete mai ascoltato la musica bluegrass, non preoccupatevi, l’interpretazione degli attori – cantanti vi incanterà. È una pellicola pluripremiata, tratta da uno spettacolo teatrale, e se vi interessa approfondire la trama e leggere recensioni multiprospettiche vi suggerisco questa pagina.

Questo film mi ha tirato dentro il vortice del suo racconto e non riesco a districare il groviglio di sensazioni e pensieri che mi ha lasciato: l’unico filo che posso tirar fuori è il senso drammatico di ineluttabilità, e la persistenza del dolore. Soffrendo però di una perversione per la filologia, ho controllato il titolo originale e mi si è srotolato un nastro che impacchetta il film come un regalo di serenità, quella che si trasmette nella scena finale, dopo lo strazio di una vicenda fatta a pezzi dalle tensioni emotive e dal montaggio della regia.

The Broken Circle Breakdown, questo il titolo della versione originale, nel suo paradosso linguistico restituisce l’atmosfera complessiva della pellicola, oltre che capovolgere il senso della canzone che guida il film, Will The Circle Be Unbroken. È un cerchio che si chiude o che si apre? Sono gli eventi a determinare la corrente o gli uomini possono forzarne il corso? Accettazione o ribellione? Tutto torna, alla fine? E il senso chi lo stabilisce, i personaggi che agiscono o lo spettatore che guarda? Domande esistenziali e filosofiche, ma anche artistiche, per chi vuole leggerci anche una riflessione meta-letteraria sul potere decisionale degli autori (mi è partito il cortocircuito con una dichiarazione della scrittrice Laura Imai Messina).

Ascoltatevi il brano, mentre cercate le risposte, dalla voce del caro Jeff. Il testo lo trovate sotto il video: cliccate qui per una traduzione annotata.

Eric Clapton. Life in 12 Bars

Eric Clapton. Life in 12 Bars è un documentario dedicato alla vita e alla musica del chitarrista inglese, un film accompagnato dalla sua voce che ripercorre l’infanzia, le band, le donne e gli amici. Su tutto domina l’ossessione per il blues, per quella musica che avvolge la sua solitudine e lenisce i dolori dell’esistenza.

Fin da bambino, gli eroi di Eric Clapton sono uomini soli, con la loro chitarra, di fronte al mondo. Li ritrae nei suoi disegni e li studia, riproducendo ad orecchio i loro dischi, notte dopo notte.

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Un disegno di Eric Clapton (fonte: movieplayer.it)

La musica è qualcosa che gli appartiene, qualcosa che riconosce come suo, un canale che gli permette di liberare i suoi sentimenti. Durante un’intervista, un giovane Eric spiega che così sfoga la sua rabbia quotidiana, rilasciando la sua aggressività nelle note, perché a sfasciare la chitarra ci pensa già Pete Townshend degli Who. Ma Clapton usa la musica anche al posto delle parole: Charlotte Martin, che ebbe una relazione con lui, ricorda che quando cercava un dialogo, lui rispondeva a colpi di riff di chitarra.

Uno dei più famosi “discorsi” di Eric Clapton è rivolto sempre a una donna, che lo ha ossessionato al pari della musica: Pattie Boyd, già moglie del suo miglior amico, George Harrison. Layla and Other Assorted Love Song, registrato con il gruppo Derek and The Dominos (un alter ego per “essere più leggero”), è il frutto della disperazione e del dolore di un amore impossibile, che trova risonanza nella leggenda persiana di Leyla e Majnun. Tutto è sofferto in questo disco: l’ispirazione, la realizzazione (che si sblocca solo con il contributo di Duane Allman), le vendite, la reazione di Pattie. La musa di Eric, sopraffatta dal cuore esposto e sanguinante dell’artista, non riesce a incarnare il desiderio nella vita reale.

Nonostante il carattere solitario e lunatico, colpisce il tessuto di musicisti affini a cui si interseca la vita e la carriera di Eric Clapton: una comunità artistica di una ricchezza oggi ignota, che ci piace immaginare dedita a infinite jam session. Tra tutti, segnalerei Jimi Hendrix, che con la sua morte fu una delle cause scatenanti dell’esilio nella droga di Clapton, e B.B. King, che dedica al suo amico Slowhand un commosso saluto al Crossroads Guitar Festival.

Solitudine e ossessione, una che alimenta l’altra. Inseguire la purezza del blues per mantenere l’onestà verso se stessi: quel che importa è suonare, continuare a suonare, far girare la musica, restituire quel che si è ricevuto.

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Due film sull’inganno

Eternal Sunshine of the Spotless Mind (nella versione italiana, Se mi lasci ti cancello) o l’anestesia perfetta. Voler cancellare, letteralmente, una persona dalla nostra mente. Per smettere di pensare, di soffrire, di essere consapevoli di una mancanza. Eppure ci si incaglia in una resistenza inconsapevole e assurda, contraddittoria e autodistruttiva. Perché ci sono persone che spargono le loro tracce in modo così virale che non basta fulminare qualche neurone. Dovresti sopprimere ogni cellula, per toglierle dalle tua vita.

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Un ingorgo emotivo inverso in Gone Girl (o L’amore bugiardo), ovvero come distruggere e al contempo ricostruire un amore(?). Quanto e fino a quando puoi fingere, per salvare le apparenze? Nessuna via di fuga, comunque.

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