Eric Clapton. Life in 12 Bars

Eric Clapton. Life in 12 Bars è un documentario dedicato alla vita e alla musica del chitarrista inglese, un film accompagnato dalla sua voce che ripercorre l’infanzia, le band, le donne e gli amici. Su tutto domina l’ossessione per il blues, per quella musica che avvolge la sua solitudine e lenisce i dolori dell’esistenza.

Fin da bambino, gli eroi di Eric Clapton sono uomini soli, con la loro chitarra, di fronte al mondo. Li ritrae nei suoi disegni e li studia, riproducendo ad orecchio i loro dischi, notte dopo notte.

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Un disegno di Eric Clapton (fonte: movieplayer.it)

La musica è qualcosa che gli appartiene, qualcosa che riconosce come suo, un canale che gli permette di liberare i suoi sentimenti. Durante un’intervista, un giovane Eric spiega che così sfoga la sua rabbia quotidiana, rilasciando la sua aggressività nelle note, perché a sfasciare la chitarra ci pensa già Pete Townshend degli Who. Ma Clapton usa la musica anche al posto delle parole: Charlotte Martin, che ebbe una relazione con lui, ricorda che quando cercava un dialogo, lui rispondeva a colpi di riff di chitarra.

Uno dei più famosi “discorsi” di Eric Clapton è rivolto sempre a una donna, che lo ha ossessionato al pari della musica: Pattie Boyd, già moglie del suo miglior amico, George Harrison. Layla and Other Assorted Love Song, registrato con il gruppo Derek and The Dominos (un alter ego per “essere più leggero”), è il frutto della disperazione e del dolore di un amore impossibile, che trova risonanza nella leggenda persiana di Leyla e Majnun. Tutto è sofferto in questo disco: l’ispirazione, la realizzazione (che si sblocca solo con il contributo di Duane Allman), le vendite, la reazione di Pattie. La musa di Eric, sopraffatta dal cuore esposto e sanguinante dell’artista, non riesce a incarnare il desiderio nella vita reale.

Nonostante il carattere solitario e lunatico, colpisce il tessuto di musicisti affini a cui si interseca la vita e la carriera di Eric Clapton: una comunità artistica di una ricchezza oggi ignota, che ci piace immaginare dedita a infinite jam session. Tra tutti, segnalerei Jimi Hendrix, che con la sua morte fu una delle cause scatenanti dell’esilio nella droga di Clapton, e B.B. King, che dedica al suo amico Slowhand un commosso saluto al Crossroads Guitar Festival.

Solitudine e ossessione, una che alimenta l’altra. Inseguire la purezza del blues per mantenere l’onestà verso se stessi: quel che importa è suonare, continuare a suonare, far girare la musica, restituire quel che si è ricevuto.

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