Tonya

Ho visto il film Tonya di Craig Gillespie approfittando dei Cinemadays, l’iniziativa del Ministero dei Beni Culturali che prevede biglietti a 3 € per l’ingresso nelle sale aderenti. Ci tenevo a vederlo al cinema perché il grande schermo poteva valorizzare le evoluzioni del pattinaggio, ma questo in realtà non è un film sullo sport.

I-Tonya-MyRedCarpet

Immagine tratta dal sito My Red Carpet

Secondo me è un film sul giornalismo, sulla capacità di raccontare una storia vera mettendo insieme le versioni dei protagonisti, le prospettive di ciascuno su una presunta verità. L’uso delle interviste è uno stratagemma che sottolinea la responsabilità del montaggio, una scelta che indirizza l’interpretazione di una propria lettura della storia, pur lasciando un’apparente libertà di espressione alle voci. Apparente, perché i testimoni della vita di Tonya possono parlare solo fin quando non vengono sostituiti da un altro scoop: la volubilità delle notizie interrompe bruscamente l’attenzione dei giornalisti, richiamati dallo scandalo O.J. Simpson.

La violenza sembra il sentimento che muove l’America: la famiglia di Tonya è chiaramente disfunzionale, e non viene concessa alcuna redenzione. Stupisce che, nel clima generale di attenzione agli abusi, in questo film il tema non venga approfondito tentando una spiegazione psicologica delle dinamiche familiari: sono i gesti, la fisicità delle molestie, a scandire i rapporti. Diventa una tessera del mosaico che riproduce gli Stati Uniti, una descrizione al pari della musica (strepitosa e ricca la colonna sonora) e della tipica ambientazione nella periferia, tra pick-up e cucine anni Ottanta.

È la necessità di creare un simbolismo che sostenga il mito dell’eroe americano, che ci porta al pattinaggio. Tonya rivendica il suo essere non convenzionale, ma la sua ascesa e caduta è uno schema da tragedia classica, corretta con una buona dose di grottesco e sarcasmo. Le regole del gioco, che sia il pattinaggio o la vita, sono presenti anche se le combattiamo: la presentazione, che i giudici di gara considerano altrettanto significativa delle abilità atletiche, è un criterio di valutazione imprescindibile. Il pattinaggio è così, e si nota lo studio puntuale delle esibizioni e lo sforzo di ricreare l’atmosfera di una disciplina tanto eterea quanto spietata. La riproduzione del lavoro in pista rimane però in superficie: il carico degli allenamenti è limitato a una sequenza alla Rocky Balboa, le tensioni emotive ridotte a crisi isteriche da bambine capricciose, lo stress di una dedizione assoluta derubricato a una generica volontà di piacere agli altri.

Sarà che avevo letto in una recensione dell’utilizzo di una controfigura, ma ho colto lo stacco stridente tra corpo e viso durante i programmi sul ghiaccio ricostruiti nel film: per quanto sia stupefacente la mimesi dei passi tecnici, manca la componente interiore che mi scatena un pianto catartico davanti a ogni vero numero di pattinaggio artistico. Per fortuna, in un cinema sarebbe stato imbarazzante 😀 Guardate i passaggi finali nella pellicola di Tonya, con la vera Tonya Harding ai Campionati Nazionali del 1991, e capirete cosa intendo.

 

Annunci

Eric Clapton. Life in 12 Bars

Eric Clapton. Life in 12 Bars è un documentario dedicato alla vita e alla musica del chitarrista inglese, un film accompagnato dalla sua voce che ripercorre l’infanzia, le band, le donne e gli amici. Su tutto domina l’ossessione per il blues, per quella musica che avvolge la sua solitudine e lenisce i dolori dell’esistenza.

Fin da bambino, gli eroi di Eric Clapton sono uomini soli, con la loro chitarra, di fronte al mondo. Li ritrae nei suoi disegni e li studia, riproducendo ad orecchio i loro dischi, notte dopo notte.

eric_clapton4_from_MoviePlayer

Un disegno di Eric Clapton (fonte: movieplayer.it)

La musica è qualcosa che gli appartiene, qualcosa che riconosce come suo, un canale che gli permette di liberare i suoi sentimenti. Durante un’intervista, un giovane Eric spiega che così sfoga la sua rabbia quotidiana, rilasciando la sua aggressività nelle note, perché a sfasciare la chitarra ci pensa già Pete Townshend degli Who. Ma Clapton usa la musica anche al posto delle parole: Charlotte Martin, che ebbe una relazione con lui, ricorda che quando cercava un dialogo, lui rispondeva a colpi di riff di chitarra.

Uno dei più famosi “discorsi” di Eric Clapton è rivolto sempre a una donna, che lo ha ossessionato al pari della musica: Pattie Boyd, già moglie del suo miglior amico, George Harrison. Layla and Other Assorted Love Song, registrato con il gruppo Derek and The Dominos (un alter ego per “essere più leggero”), è il frutto della disperazione e del dolore di un amore impossibile, che trova risonanza nella leggenda persiana di Leyla e Majnun. Tutto è sofferto in questo disco: l’ispirazione, la realizzazione (che si sblocca solo con il contributo di Duane Allman), le vendite, la reazione di Pattie. La musa di Eric, sopraffatta dal cuore esposto e sanguinante dell’artista, non riesce a incarnare il desiderio nella vita reale.

Nonostante il carattere solitario e lunatico, colpisce il tessuto di musicisti affini a cui si interseca la vita e la carriera di Eric Clapton: una comunità artistica di una ricchezza oggi ignota, che ci piace immaginare dedita a infinite jam session. Tra tutti, segnalerei Jimi Hendrix, che con la sua morte fu una delle cause scatenanti dell’esilio nella droga di Clapton, e B.B. King, che dedica al suo amico Slowhand un commosso saluto al Crossroads Guitar Festival.

Solitudine e ossessione, una che alimenta l’altra. Inseguire la purezza del blues per mantenere l’onestà verso se stessi: quel che importa è suonare, continuare a suonare, far girare la musica, restituire quel che si è ricevuto.

Eric_Clapton_Life_in_12_Bars_1280x640