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Lo zio Omar (Pedrini)

Per me è strano andare a sentire qualcuno solo perché ti incuriosisce, che conosci solo per le canzoni più famose, che speri omaggi Neil Young come ha fatto negli ultimi concerti. Aspetti un rockettaro carico e pimpante, ma ti ritrovi a pensare ai suoi problemi di salute. Omar Pedrini inizia contenuto, coperto, magrissimo. Ha l’aspetto di un Dave Grohl de noaltri, coi capelli sul viso e senza le sbracciate da batterista. Poi cresce come il vetro che si gonfia sotto il soffio di un mastro vetraio, una fragilità che si fa forza con il respiro della folla che risponde alla sua voce, alla sua chitarra. L’innesco è Shine on You Crazy Diamond in coda a London, un muro sonoro. Ci crede in quel che fa, tra mestiere e attenzione al pubblico. Lo dimostra in Hey Hey My My, e penso che lo zio Neil sarebbe felice della sua sensibilità ambientalista. Versione potente, energica, rabbiosa.

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E poi, Sole Spento. Altra lacrimuccia, una canzone della mia adolescenza: ancora mi chiedo che corde tocca, un testo che parte dalla lettera di un carcerato, per diventare l’urlo di persone comuni che cercano di gestire il peso della quotidianità.

Infine, il tocco di poesia: alla vista di due bambine sedute sull’erba, Omar Pedrini stacca la bandiera inglese dal palco e gliela appoggia dolcemente sulle gambe… Sì, The Kids Are All Right, e si sospende ogni giudizio, ascoltando una musica che fa star bene.

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We Come Along / The Twinkles

Blob_TheTwinklesAlbumCoverÈ uscito il nuovo album dei The Twinkles, una storica punk band di Treviso: We Come Along è un disco cresciuto negli anni, anticipato da ben quattro singoli di cui potete anche ammirare i video ufficiali sul loro canale Youtube:

We Come Along

I Don’t Wanna Wake No More All Alone

C’est La Vie

Bubblegum Girl, che si carica di leggerezza e sogni di periferia come ad anticipare l’estate, ed è una delle donne che popolano le canzoni dei Twinkles (ascoltate anche Rich Girl e Naughty Lady).

Vi consiglio però di ascoltare tutte le tracce, su Spotify o su Tutto Rock, perché troverete grande energia soprattutto nelle canzoni più ritmiche: dal battito pressante di No More Faith in You alla marcia di Your Time Has Come, fino a Fantasy Is My Mistress che ricorda, nel giro ossessivo della chitarra, il sound dei Queens Of The Stone Age di No One Knows. É un punk classico, concentrato, irriverente quanto basta per chiamare Beethoven a battezzare l’album (Ludwig The Punk).

Con i The Twinkles si può andare sul sicuro, vista l’attività ultraventennale della band. Tra concorsi e tour internazionali, la solidità delle loro proposte è garantita da un’inflessibile volontà di rimanere fedeli al loro messaggio: “spazio a chi suona musica propria”. Un’integrità che non si piega a facili scimmiottamenti, o a una ripresa edulcorata per farsi pubblicità: meglio essere originali che piegati dal sistema.

The Twinkles sono seguiti nella loro attività di promozione da Blob Agency, l’ufficio stampa che mi ha gentilmente segnalato alcune band: nelle prossime settimane vi scriverò di quelle che mi hanno colpito di più.

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Neil Young Crazy Horse live in Fresno (CA)

Ore 23 in Italia: un ultimo controllo ai social e al sito Neil Young Archives per verificare orari e connessioni.

Ore 4.30 in Italia: sveglia, caffè, pc e divano pronti per il live streaming del concerto dei Crazy Horse a Fresno (California).

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Immagine dal sito Neil Young Archives

In mezzo, un dormiveglia che chiamare sonno è esagerato, in trepidante attesa del video, un regalo di consolazione per chi non è presente fisicamente nel teatro. Ma altro che consolazione, Neil Young saluta gli spettatori dietro lo schermo con un “Miss you” mentre cavalchiamo in un panorama musicale da brividi. Confesso subito la mia debolezza: Neil può portarmi dove vuole, qualsiasi cosa faccia io lo seguo, ed è l’artista che più di ogni altro trova il modo di liberare il mio pianto, che sia estasi o dolore.

Ore 5.45 circa in Italia: parte la diretta, dopo la rincorsa di messaggi compulsivi tra fan e polpastrelli bollenti a furia di refresh. Un giro tra le poltrone del teatro in stile documentario on the road, la telecamera che salta come su strade scoscese e si scava un passaggio verso il palco, per circumnavigarlo durante lo show. È una regia spontanea, grezza, essenziale.

Ore 8.30 circa in Italia: il sipario si chiude, ma basta non uscire dal sito per continuare a godere della musica di Neil Young. È una piattaforma dall’aspetto vintage ma dalla tecnologia superba, una struttura organizzata che conduce come una bacchetta da rabdomante nelle profondità creative del Loner canadese. Vale la pena entrarci ogni giorno, anche solo per ascoltare la canzone in evidenza e curiosare tra foto, memorabilia e video. Grazie Neil, per il tuo eterno movimento sognatore.

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Simple Twist of Fate

Un sacco di persone mi dicono che amano quell’album. È difficile capirne il perché. Voglio dire, alle persone piace quel tipo di dolore?

Sì, ci piace rimugiare. Ci piacciono le ore a pensare “se solo…”, ci piace scaricare il nostro peso interiore su forze sovrannaturali. Ci piace sentire Bob Dylan raccontare la storia di una presenza che si fa immediata assenza, di una rivelazione fugace che attende un rinnovato incontro. Carichiamo di sentimenti gli incidenti, momenti insignificanti in cui cozziamo per sbaglio.

Simple Twist of Fate, from Blood On The Tracks (1975)

It’s a sin
To know and feel too much within.
I still believe she was my twin,
but I lost the ring.

Magari è solo immaginazione, magari viviamo pienamente solo negli struggimenti mentali. E cerchiamo di dimenticarcene, con noncuranza e menefreghismo, lasciandoci trasportare lontano dall’intermezzo dell’armonica di Dylan. Soffiamo fuori il nostro respiro per recuperare fiato, prendiamo le distanze dall’invisibile che ci condiziona in modo così evidente.

Ad esempio, quando uno ha la tendenza a raccogliere qualsiasi pezzo di ricordo, scontrini, biglietti, cartellini, si affeziona anche alla carta dorata di un cioccolatino, e se la porta tutti i giorni nella custodia del cellulare. E se per caso, inavvertitamente, cade e non te ne accorgi, la dai per persa con una tristezza immotivata per il valore materiale. Ma capita anche che, camminando più di dodici ore dopo la scomparsa, su una strada calpestata da centinaia di piedi, guardi per terra e trovi quella carta. Non importa quanto è stata fuori dalla tua custodia, non importa che magari sia un po’ più sporca e sgualcita, lei era lì ad aspettarti. Col suo finto dorato e il suo vero odore, di cioccolato e di momenti felici.

Potete trovare una dettagliata analisi della canzone (in inglese) in questo articolo: Simple twist of fate: a knife twists inside a simple song.

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This is NOT a Love Song, Paolo Bacilieri