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Close – Lamb – White – Walls / Twenty Four Hours

Il sesto album dei Twenty Four Hours, Close – Lamb – White – Walls, è appena uscito per le etichette Musea e Velut Luna. Il doppio disco è ispirato a quattro album della storia del rock: Closer dei Joy Division, The Lamb Lies Down on Broadway dei Genesis, The Beatles (White Album) e The Wall(s) dei Pink Floyd.

È quest’ultimo influsso a uscire più prepotente nel lavoro della band psycho-progressive pugliese: Intertwined con il suo lungo parlato ricorda i brani di Roger Waters, e sorprende con un accompagnamento di violino straniante, non etereo, grazie alla collaborazione con i Tuxedomoon. Il duo di polistrumentisti compare anche nel sax di All the World Needs Is Love e nella doppia cover di What Use, tra distorsioni che contengono un ritmo pronto a esplodere e una versione semi-acustica che chiude l’album.

I Pink Floyd si sentono nell’atmosfera psichedelica e nebbiosa di Broken Song, ma la varietà della proposta musicale si espande all’enfasi quasi metallara di The Tale of the Holy Frog e all’elettronica di 77. Non manca un picco emotivo in Adrian, dedicata alla memoria del cantante chitarrista dei Sound e uscita come singolo.

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Close – Lamb – White – Walls è un viaggio appassionato, un tributo che si aggrappa ai mostri sacri per far crescere rami nuovi del proprio percorso artistico. I Twenty Four Hours dialogano con la propria identità, con il presente e con il passato per cesellare un movimento, un giro armonico, una linea melodica che controlli la trottola di una vita mai pienamente comprensibile.

Grazie a Blob Agency per la segnalazione.

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Lo zio Omar (Pedrini)

Per me è strano andare a sentire qualcuno solo perché ti incuriosisce, che conosci solo per le canzoni più famose, che speri omaggi Neil Young come ha fatto negli ultimi concerti. Aspetti un rockettaro carico e pimpante, ma ti ritrovi a pensare ai suoi problemi di salute. Omar Pedrini inizia contenuto, coperto, magrissimo. Ha l’aspetto di un Dave Grohl de noaltri, coi capelli sul viso e senza le sbracciate da batterista. Poi cresce come il vetro che si gonfia sotto il soffio di un mastro vetraio, una fragilità che si fa forza con il respiro della folla che risponde alla sua voce, alla sua chitarra. L’innesco è Shine on You Crazy Diamond in coda a London, un muro sonoro. Ci crede in quel che fa, tra mestiere e attenzione al pubblico. Lo dimostra in Hey Hey My My, e penso che lo zio Neil sarebbe felice della sua sensibilità ambientalista. Versione potente, energica, rabbiosa.

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E poi, Sole Spento. Altra lacrimuccia, una canzone della mia adolescenza: ancora mi chiedo che corde tocca, un testo che parte dalla lettera di un carcerato, per diventare l’urlo di persone comuni che cercano di gestire il peso della quotidianità.

Infine, il tocco di poesia: alla vista di due bambine sedute sull’erba, Omar Pedrini stacca la bandiera inglese dal palco e gliela appoggia dolcemente sulle gambe… Sì, The Kids Are All Right, e si sospende ogni giudizio, ascoltando una musica che fa star bene.

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Il giorno in cui il rock è morto

Il giorno in cui il rock è morto stava finendo negli Schiaffi, i libri che ho letto e che hanno tradito le mie aspettative. Non cercavo un reportage morboso, ma un racconto che parlasse di grandi musicisti, o di personaggi da scoprire. Invece si stringe la mano a Chuck Klosterman, giornalista di Spin Magazine, in viaggio per diciotto giorni negli Stati Uniti inseguendo spettri musicali. Non solo perché si parla di morti, ma perché la musica si manifesta di striscio, un ectoplasma dietro un narratore cinico, fastidiosamente pragmatico, quasi insofferente.

D’altronde per Klosterman il viaggio è una scusa, per risolvere il suo dilemma sentimentale e per ascoltare i suoi cd mentre guida:

Mi ci vorranno tre ore per decidere quali cd depositare sul sedile posteriore della mia Tauntaun. È il genere di dilemma che impedisce alla gente come me di dormire.

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La scrivania di Klosterman, dal sito Powell’s Q&A

Penso spesso ai miei cd. Trovo stranamente rassicurante guardarli quando sono sbronzo. In questo preciso momento, i miei occhi stanno scandagliando i titoli sistemati in ordine alfabetico, e mi chiedo quanti di loro attraverseranno l’America con me. Tutto dipenderà da questa decisione. Essendo lo spazio limitato, posso solo scegliere quegli album che sono innegabilmente essenziali.

Decido di portarmene appresso 600.

La scelta del luogo di partenza è già significativa: il Chelsea Hotel, semplicemente perché è nella sua città, New York. Il fatto che lì sia morta Nancy, la fidanzata di Sid Viciuous dei Sex Pistols, per Klosterman ne fa un posto per falliti, per quelli che si accontentano di avvicinarsi alle celebrità. Lui stesso però non va a toccare fino in fondo il nucleo del suo libro: rimane a distanza di sicurezza, come quando arriva a pochi metri dai rottami dell’incidente dei Lynyrd Skynird e non prosegue per paura dei serpenti.

I luoghi delle tragedie gli appaiono sempre normali, banali, invisibili: se andare incontro alla morte certifica la credibilità di un artista, i posti in sé non trasmettono nulla che possa attestare l’importanza storica della loro fama. Perché allora diventano un simbolo, una meta di pellegrinaggio, una chiave di lettura retroattiva sulla musica? La risposta di questo libro è nel suo stile caustico: perché siamo noi ad aver bisogno di vederci in un certo modo.

Kurt Cobain non aveva bisogno di morire per guadagnarsi la sua integrità, perché l’aveva già. Tuttavia, la sua morte sembra aver dato a dei perfetti sconosciuti un senso dell’integrità che non avevano mai desiderato quando lui era vivo.

C’è un’ingegneria inversa; tutto questo dice molto di più sulle persone che amano Buckley che non sulla sua musica. Come Alice Cooper, amiamo i morti. Anche quando è un semplice incidente, morire dimostra in qualche modo che non facevate per scherzo.

Ecco perché Klosterman parla di sé, e scorrendo le pagine si inciampa in piccole lame che scalfiscono la sua corazza di strafottenza:

Io amo i Kiss perché il mondo prende senso quando penso a loro. L’arte e l’amore sono una cosa sola: è il processo di vedersi nelle cose che non sei tu. È comprendere l’irragionevole. E sebbene la teoria che propongo sia completamente irragionevole, pure è qualcosa che io comprendo appieno.

klostermanTutto torna, dunque. In Prozac Nation, Elizabeth Wurtzel scrive che si usa il “concetto di arte come strumento per comprendere la morte, così come l’arte è spesso usata come un prisma per comprendere la vita”. Ecco come si spiega il titolo originale, Killing Yourself To Live, Uccidere se stessi per vivere: non è riferito ai musicisti, ma al lettore. Abbiamo bisogno di credere in qualcosa, altrimenti la gente morta è soltanto… morta.

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Friendless / Zeffjack

Friendless dei Zeffjack è un album coraggioso, rock e strumentale. Se con questo titolo il gruppo voleva esprimere il proprio disorientamento dopo alcuni lavori autoprodotti, può anche usarlo per dichiarare la propria unicità, un isolamento distintivo. Il suono esce puro direttamente dalla sala prove, con la spontaneità di una rabbiosa jam session, la carica di un riff interminabile, un assolo debordante che fagocita qualsiasi costrutto con l’urgenza di esprimersi.Zeffjack cover

Le canzoni sono piccoli racconti senza parole, descrizioni di ambienti e sensazioni, cronache di viaggi mentali plasmati sulla geografia della provincia. Il primo singolo, Poretti Party, è un terremoto punk, in cui riverberi animaleschi (pare di sentire gracidii e fischi) punteggiano un movimento che ondeggia e sussulta. La relativa morbidezza del brano successivo, Starting Light, diventa occhio e vortice del ciclone, un ritmo che si fa pausa per comunicare un senso di smarrimento e di perdita di coscienza, quasi si girasse come dervisci.

Sembra di stare sull’orlo di un baratro: in Number 9 si esaspera l’attesa, si alimenta la tensione, si tira un elastico fino a lanciarlo contro il cielo, per spezzare il grigiore. I Zeffjack scalano ottava dopo ottava in Mont Blanc, e sembra che giochino una partita di calcio in Arnold Press, dove la musica corre tra rimbalzi, stop e rasoiate. L’attitudine allo scatto si nasconde anche in canzoni che sembrano leggere, come California Buttefly, in cui dietro la leggerezza si nascondono artigli pronti a graffiare.

O ad accettare una momentanea sconfitta, prima di rassegnarsi: Demo Cemetery ricorda certe atmosfere alla Placebo, da luci al neon sparate su corpi che ondeggiano, indecisi se lanciarsi o ritirarsi. Una sorta di impotenza adolescenziale sul futuro, una coda lunga che indugia e non molla, un tentativo di ipnosi che è una richiesta di attenzione: Fade Out è insistente, St. Antony’s Fire tende alla psichedelia, ma il tappeto sonoro è più duro, più ombroso.

In fondo, se Friendless esiste, è perché gli Zeffjack non hanno fermato la propria onda d’urto: hanno ribadito la propria esistenza, hanno sostenuto una linea, una presenza che si proietta nel mondo. Deep Impact è la bandiera di un rock che chiama il pubblico sotto il palco, una cavalcata da finale di concerto, un buon proposito per far conoscere il proprio stile, composto da una batteria pressante e da chitarre che la sfidano senza tregua.

Gli Zeffjack hanno trovato buoni compagni di viaggio musicale: Rocketman Records che li ha prodotti e Blob Agency che ce li segnala: Friendless non rimarrà senza amici 🙂

Se volete frequentarli anche voi, potete trovarli sul loro sito ufficiale e sui loro profili social (Facebook e Twitter).

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Revolver / Beatles

Dovendo rimediare alla mia ignoranza sui Beatles, ho chiesto consiglio su dove cominciare. Revolver, mi è stato risposto. Revolver_original_449Al primo ascolto di quello che è stato definito un apripista dei concept album, mi colpisce una vena disturbante, che si manifesta in Yellow Submarine. Per me era sempre stata la canzoncina da fischiettare quasi come una conta, invece tra le altre canzoni si rivela inquietante. Revolver è una ricerca esistenziale, sia nei temi (la solitudine, la morte, le droghe, la spiritualità) che nell’approccio alla musica. Lo studio di registrazione diventa luogo di sperimentazione e uno strumento musicale in più: dalla necessità di ritirarsi dagli assalti del pubblico, i Beatles scoprono una potenzialità che sarà germinale per i successivi album.

L’atmosfera da dietro le quinte si può sbirciare nel mini – documentario contenuto nella versione rimasterizzata di Revolver: fotografie e conversazioni che restituiscono le fasi di lavoro, insieme agli appunti editi sul booklet. La copertina stessa è il risultato della volontà di visualizzare la musica: l’artista Kurt Voormann ha tradotto in immagine il carattere d’avanguardia dei Beatles, che si spingono sulla strada della psichedelia. Il disegno, influenzato dallo stile Art Noveau di Aubrey Beardsley, rappresenta anche le quattro personalità distinte dei Fab Four, che riescono ancora a fondersi pur tirando ciascuno le proprie briglie. E il finale di Revolver, tra l’improvvisazione trascinante degli ottoni in Got To Get You Into My Life, e il presagio di Tomorrow Never Knows, trasferisce nelle note l’irrequietezza dei Beatles.

Ascoltare una pietra miliare come Revolver non è semplice, anzi, sembra che entri immediato nelle orecchie, ma è una naturalezza sedimentata dalla fama e cesellata per sembrare spontanea. Per approfondire l’aspetto tecnico, vi rimando alla pagina di Wikipedia, mentre per la genesi potete leggere l’articolo di Repubblica. Una curiosità: George Harrison scrisse in una lettera che avrebbero voluto registrare Revolver con Jim Stewart, il produttore che aveva seguito uno dei loro artisti soul preferiti, Otis Redding.

Insomma, per apprezzare certi capolavori bisogna studiare, ma la mediazione della critica e della storia non pregiudica un ascolto di pancia, anzi. Vien voglia di rischiacciare play e farlo sparare ancora, questo Revolver. Prima di affrontare il disco successivo dei Beatles, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.

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Look Closer / Phantomatica

Emergenza Festival è un live contest per musicisti, nato a Roma nel 1992 e oggi presente in 34 Paesi: le selezioni si svolgono in set di 30 minuti in un club della regione di riferimento del gruppo, e i vincitori delle fasi nazionali partecipano alla finale in Germania, con la possibilità di esibirsi insieme a nomi del calibro di Iggy Pop e di vincere una produzione professionale, un tour sponsorizzato, strumenti e materiali tecnici.

Blob Agency mi ha segnalato Phantomatica, una band di Macerata, attiva dal 2009, che quest’anno è arrivata alla finale dell’Emergenza Festival Marche. Non è il primo traguardo importante di questa formazione di alternative rock, che nel 2015 ha aperto un concerto dei Guano Apes a San Pietroburgo.

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I Phantomatica hanno da poco pubblicato il loro primo album, Look Closer: dieci tracce in cui si sente un riutilizzo originale dei loro ascolti, stemperati dalla loro personalità. Non ci sono ascendenze dirette, ma si manifesta un animale musicale domato dalle loro abilità. Il gruppo è capace di creare atmosfere variegate nelle canzoni, un viaggio ambientale tra ballad come Sailor, che evoca sonoramente il mare, e Impossible Possibility, che sembra il racconto in punta di dita di una giornata piovosa, che scorre dietro il vetro di una finestra.

Non mancano pezzi più energici, come Mr. Nobody che ricorda i Nirvana negli urli di certi passaggi e nella vischiosità della melodia, o come Bittersweet Pleasure, dalla velocità quasi punkeggiante che arriva tra un attacco molto aggressivo e un intermezzo psichedelico alla Pink Floyd. Cupa e secca, con un assolo tirato a molla, è Nosedive, mentre Revelation e I’m Not The Only One sono corpose ed evanescenti allo stesso tempo, in bilico tra un solido rock e un mood onirico.

Se volete un esempio della musica dei Phantomatica, potete guardare il video del loro primo singolo, Drop It. Li potete inoltre seguire su Facebook e sul loro sito.

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We Come Along / The Twinkles

Blob_TheTwinklesAlbumCoverÈ uscito il nuovo album dei The Twinkles, una storica punk band di Treviso: We Come Along è un disco cresciuto negli anni, anticipato da ben quattro singoli di cui potete anche ammirare i video ufficiali sul loro canale Youtube:

We Come Along

I Don’t Wanna Wake No More All Alone

C’est La Vie

Bubblegum Girl, che si carica di leggerezza e sogni di periferia come ad anticipare l’estate, ed è una delle donne che popolano le canzoni dei Twinkles (ascoltate anche Rich Girl e Naughty Lady).

Vi consiglio però di ascoltare tutte le tracce, su Spotify o su Tutto Rock, perché troverete grande energia soprattutto nelle canzoni più ritmiche: dal battito pressante di No More Faith in You alla marcia di Your Time Has Come, fino a Fantasy Is My Mistress che ricorda, nel giro ossessivo della chitarra, il sound dei Queens Of The Stone Age di No One Knows. É un punk classico, concentrato, irriverente quanto basta per chiamare Beethoven a battezzare l’album (Ludwig The Punk).

Con i The Twinkles si può andare sul sicuro, vista l’attività ultraventennale della band. Tra concorsi e tour internazionali, la solidità delle loro proposte è garantita da un’inflessibile volontà di rimanere fedeli al loro messaggio: “spazio a chi suona musica propria”. Un’integrità che non si piega a facili scimmiottamenti, o a una ripresa edulcorata per farsi pubblicità: meglio essere originali che piegati dal sistema.

The Twinkles sono seguiti nella loro attività di promozione da Blob Agency, l’ufficio stampa che mi ha gentilmente segnalato alcune band: nelle prossime settimane vi scriverò di quelle che mi hanno colpito di più.