Pubblicato in: Cinema

A Star Is Born

A una settimana dalla mia visione di A Star Is Born, mi rimane soprattutto una certa rabbia contro Lady Gaga. Perché non ti sei tenuta le t-shirt legate in vita, i tuoi capelli castani, la tua voce esplosiva? E il tuo quaderno di canzoni, la casa affacciata sul giardino e rannicchiata su divani scortati da pareti di vinili? L’uomo no, l’uomo te lo sei tenuta stretta nonostante i suoi problemi, tanto credibile da far distogliere lo sguardo. Però non lo hai ascoltato, non gli hai parlato del tutto. Un peccato di comunicazione o di solitudine? Ti sganci dal trucco delle drag queen per cadere nei lustrini dei premi. Eri tu, con il naso indicato con orgoglio e malizia, e sei diventata un clone di personaggi già esistiti, una statuina nonostante i balletti e finta nonostante un fondo di sentimento che appare reale.

A_STAR_IS_BORN da Radio Deejay
Una scena del film (dal sito di Radio Deejay)

In generale A Star Is Born non è un film capolavoro, è un onesto lavoro che si poggia sulla bravura del protagonista, Bradley Cooper, e sulla voce di Lady Gaga. E su un gioco di immedesimazione che celebra il proprio mestiere, la capacità di essere qualcun altro e di portare se stessi su un palco. Da segnalare la partecipazione di Lukas Nelson & Promise Of The Real, gruppo che ha suonato con Neil Young, e la prima parte del film, tra canzoni che nascono e incursioni nel backstage. Se arriverà un’edizione estesa, speriamo di sentire più musica, di calarci nel magma della creazione, di poter ascoltare il suono di un’anima che si scortica per la sua arte.

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Pubblicato in: musica

Close – Lamb – White – Walls / Twenty Four Hours

Il sesto album dei Twenty Four Hours, Close – Lamb – White – Walls, è appena uscito per le etichette Musea e Velut Luna. Il doppio disco è ispirato a quattro album della storia del rock: Closer dei Joy Division, The Lamb Lies Down on Broadway dei Genesis, The Beatles (White Album) e The Wall(s) dei Pink Floyd.

È quest’ultimo influsso a uscire più prepotente nel lavoro della band psycho-progressive pugliese: Intertwined con il suo lungo parlato ricorda i brani di Roger Waters, e sorprende con un accompagnamento di violino straniante, non etereo, grazie alla collaborazione con i Tuxedomoon. Il duo di polistrumentisti compare anche nel sax di All the World Needs Is Love e nella doppia cover di What Use, tra distorsioni che contengono un ritmo pronto a esplodere e una versione semi-acustica che chiude l’album.

I Pink Floyd si sentono nell’atmosfera psichedelica e nebbiosa di Broken Song, ma la varietà della proposta musicale si espande all’enfasi quasi metallara di The Tale of the Holy Frog e all’elettronica di 77. Non manca un picco emotivo in Adrian, dedicata alla memoria del cantante chitarrista dei Sound e uscita come singolo.

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Close – Lamb – White – Walls è un viaggio appassionato, un tributo che si aggrappa ai mostri sacri per far crescere rami nuovi del proprio percorso artistico. I Twenty Four Hours dialogano con la propria identità, con il presente e con il passato per cesellare un movimento, un giro armonico, una linea melodica che controlli la trottola di una vita mai pienamente comprensibile.

Grazie a Blob Agency per la segnalazione.

Pubblicato in: ricette

Pan di Spagna for dummies

Sembra che tutti sappiano fare il pan di Spagna: nei programmi televisivi di cucina, anche i bambini lo sfornano con una semplicità tale da farmi sentire un impedito. Io non avevo mai provato a farlo, ma ho deciso di colmare questa lacuna e cercare la ricetta giusta per sperimentare. La difficoltà maggiore è stata proprio trovare il procedimento! Tante ricette inserivano una montagna di uova o zucchero, ma io volevo ottenere un dolce più leggero. Ecco dunque quali ingredienti mi hanno ispirato:

80 g farina, 80 g zucchero, 15 g burro, 3 uova, limone, sale.

Ho lavorato i tuorli con lo zucchero e incorporato gli albumi montati a neve ben soda. Ammorbidito l’impasto con il burro fuso, ho aggiunto un pizzico di sale, la farina setacciata e la buccia grattugiata del limone. Ho versato nello stampo e cotto in forno preriscaldato a 190° per mezz’ora, quindi lasciato raffreddare.

Non è uscita una pasta soffice come speravo, ma l’ho corretta con una dose generosa di crema pasticcera al cacao 🙂 In alternativa, si può farcire anche con una crema al cioccolato:

100 g cioccolato fondente, 20 g burro, 40 g zucchero, 2 uova.

Fondere il cioccolato con il burro; unire i tuorli e lo zucchero. Montare gli albumi a neve ben soda e incorporarli al composto.

pan di spagna e crema al cioccolato

Pubblicato in: Cinema, Libri

The Leisure Seeker

Non amo i film italiani, ma Ella & John di Paolo Virzì sembrava promettente. Una storia on the road di due vecchietti che rispolverano il loro spirito hippie per un ultimo viaggio, lasciando al palo figli preoccupati e malattie terminali. Il cancro di lei e la demenza di lui, in realtà, sono solo pretesti per raccontare la quotidianità di una storia d’amore tra anziani, sesso incluso. Sì, la temeraria sfida alla dipendenza dalle cure è il motore dell’azione, ma il cuore dell’indagine psicologica è il rapporto tra due che insieme “formano una persona intera”, a dispetto dei problemi di salute, dell’età, degli spigoli caratteriali e dalle prove della vita.

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Foto dal blog di Remo Bassetti

Il film del regista italiano è una piacevole visione, che mischia tenerezza e drammaticità, ma ho avvertito subito un’assenza: i panorami tipicamente americani chiamerebbero una colonna sonora all’altezza della fotografia, un accompagnamento costante non limitato ad alcuni brani, seppur significativi. Forse un budget non sufficiente a coprire tutti i diritti, mi hanno suggerito. Fatto sta che nel romanzo, invece, la musica si sente.

Michael Zadoorian, l’autore dell’antecedente letterario, The Leisure Seeker (edito da Marcos y Marcos), è d’altronde un appassionato di rock classico, come dimostra il suo ultimo romanzo, Beautiful Music. Forse nel film non serviva un ingrediente per addolcirsi, forse al libro serviva uno spunto per guardare oltre le crudezze terrene. Le sue pagine sono infatti più prosaiche: John non è un professore in pensione diretto alla casa di Hemingway, è un ex impiegato della MG che vuole andare a Disneyland. La leggenda della Route 66 è sepolta dall’oblio, quando le è risparmiata la massificazione del progresso commerciale. Ella è un personaggio più crudo, indisponente, rabbioso: in una parola, più reale. Cosa si può provare quando la morte ti si avvicina in modo così degradante? E come si può reagire?

La risposta è nell’aria fin dalla partenza, che sia l’ultimo viaggio in camper o l’intero percorso di una vita. È il modo in cui si affronta l’ineluttabile, l’ovvietà, che determina ed esprime ciò che siamo, forse più dei tentativi di ingannare ciò che non può essere cambiato.

Pubblicato in: musica

Lo zio Omar (Pedrini)

Per me è strano andare a sentire qualcuno solo perché ti incuriosisce, che conosci solo per le canzoni più famose, che speri omaggi Neil Young come ha fatto negli ultimi concerti. Aspetti un rockettaro carico e pimpante, ma ti ritrovi a pensare ai suoi problemi di salute. Omar Pedrini inizia contenuto, coperto, magrissimo. Ha l’aspetto di un Dave Grohl de noaltri, coi capelli sul viso e senza le sbracciate da batterista. Poi cresce come il vetro che si gonfia sotto il soffio di un mastro vetraio, una fragilità che si fa forza con il respiro della folla che risponde alla sua voce, alla sua chitarra. L’innesco è Shine on You Crazy Diamond in coda a London, un muro sonoro. Ci crede in quel che fa, tra mestiere e attenzione al pubblico. Lo dimostra in Hey Hey My My, e penso che lo zio Neil sarebbe felice della sua sensibilità ambientalista. Versione potente, energica, rabbiosa.

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E poi, Sole Spento. Altra lacrimuccia, una canzone della mia adolescenza: ancora mi chiedo che corde tocca, un testo che parte dalla lettera di un carcerato, per diventare l’urlo di persone comuni che cercano di gestire il peso della quotidianità.

Infine, il tocco di poesia: alla vista di due bambine sedute sull’erba, Omar Pedrini stacca la bandiera inglese dal palco e gliela appoggia dolcemente sulle gambe… Sì, The Kids Are All Right, e si sospende ogni giudizio, ascoltando una musica che fa star bene.

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Una vita come tante

Una vita come tante di Hanya Yanagihara mi è stato consigliato dal blog di Betta (grazie!): è un romanzo imponente, e il titolo rischia di essere fuorviante, di farlo sembrare un polpettone. Non racconta la vita di un solo uomo, ma quella di una famiglia, di una comunità, di un gruppo di amici che sì, può essere uguale ad altre perché ci sono sentimenti universali, gli anni che passano, i demoni privati, il lavoro e le sconfitte, la solitudine e l’amore. L’ambiguità ricalca il titolo originale, A Little Life: non c’è niente di piccolo, a partire dalla lunghezza (oltre mille pagine nell’edizione di Sellerio), che è uno dei punti forti del libro, perché vorrete farvi accompagnare dalle domande sul passato e sul destino del protagonista, Jude St. Francis. Non è suspense in senso classico, perché a grandi linee si intuisce cosa è successo e a cosa si va incontro. Come fossimo anche noi inclusi nella storia, come se fosse la nostra storia.

Questo è il commento sul retro della copertina:

Vasto come un romanzo ottocentesco, brutale e modernissimo per i suoi temi, Una vita come tante è un libro avvincente e ipnotico che ha trascinato lettori e critica per la sua forza narrativa.

<<Quante volte capita che un romanzo sia inquietante fino alle lacrime eppure così rivelatorio della gentilezza della natura umana da farvi sentire in uno stato di grazia? La seconda stupefacente opera di Hanya Yanagihara scandaglia a fondo le vite intime dei suoi personaggi e il lettore non solo ne prende a cuore il destino ma ha l’impressione di viverle in prima persona. Le sue pagine sono piene di dolore, ma ovunque emerge l’infinita capacità dell’uomo di resistere e di amare.>>

The San Francisco Chronicle

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Immagine tratta dal blog Libri in musica

Quello che mi resta di questo libro è la descrizione, fisica ed emotiva, della dipendenza: c’è la forma malata e inguaribile di Jude, e ci sono i sottili fili di colla dei coprotagonisti, legati ai loro sbagli, alle loro insicurezze, all’impotenza di fronte alla vita. Quello che dovrebbe rendere triste o arrabbiato il lettore, rasserena: non c’è una cura, c’è solo un argine, una misura, una strategia di sopravvivenza.

Pubblicato in: Libri, musica

Il giorno in cui il rock è morto

Il giorno in cui il rock è morto stava finendo negli Schiaffi, i libri che ho letto e che hanno tradito le mie aspettative. Non cercavo un reportage morboso, ma un racconto che parlasse di grandi musicisti, o di personaggi da scoprire. Invece si stringe la mano a Chuck Klosterman, giornalista di Spin Magazine, in viaggio per diciotto giorni negli Stati Uniti inseguendo spettri musicali. Non solo perché si parla di morti, ma perché la musica si manifesta di striscio, un ectoplasma dietro un narratore cinico, fastidiosamente pragmatico, quasi insofferente.

D’altronde per Klosterman il viaggio è una scusa, per risolvere il suo dilemma sentimentale e per ascoltare i suoi cd mentre guida:

Mi ci vorranno tre ore per decidere quali cd depositare sul sedile posteriore della mia Tauntaun. È il genere di dilemma che impedisce alla gente come me di dormire.

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La scrivania di Klosterman, dal sito Powell’s Q&A

Penso spesso ai miei cd. Trovo stranamente rassicurante guardarli quando sono sbronzo. In questo preciso momento, i miei occhi stanno scandagliando i titoli sistemati in ordine alfabetico, e mi chiedo quanti di loro attraverseranno l’America con me. Tutto dipenderà da questa decisione. Essendo lo spazio limitato, posso solo scegliere quegli album che sono innegabilmente essenziali.

Decido di portarmene appresso 600.

La scelta del luogo di partenza è già significativa: il Chelsea Hotel, semplicemente perché è nella sua città, New York. Il fatto che lì sia morta Nancy, la fidanzata di Sid Viciuous dei Sex Pistols, per Klosterman ne fa un posto per falliti, per quelli che si accontentano di avvicinarsi alle celebrità. Lui stesso però non va a toccare fino in fondo il nucleo del suo libro: rimane a distanza di sicurezza, come quando arriva a pochi metri dai rottami dell’incidente dei Lynyrd Skynird e non prosegue per paura dei serpenti.

I luoghi delle tragedie gli appaiono sempre normali, banali, invisibili: se andare incontro alla morte certifica la credibilità di un artista, i posti in sé non trasmettono nulla che possa attestare l’importanza storica della loro fama. Perché allora diventano un simbolo, una meta di pellegrinaggio, una chiave di lettura retroattiva sulla musica? La risposta di questo libro è nel suo stile caustico: perché siamo noi ad aver bisogno di vederci in un certo modo.

Kurt Cobain non aveva bisogno di morire per guadagnarsi la sua integrità, perché l’aveva già. Tuttavia, la sua morte sembra aver dato a dei perfetti sconosciuti un senso dell’integrità che non avevano mai desiderato quando lui era vivo.

C’è un’ingegneria inversa; tutto questo dice molto di più sulle persone che amano Buckley che non sulla sua musica. Come Alice Cooper, amiamo i morti. Anche quando è un semplice incidente, morire dimostra in qualche modo che non facevate per scherzo.

Ecco perché Klosterman parla di sé, e scorrendo le pagine si inciampa in piccole lame che scalfiscono la sua corazza di strafottenza:

Io amo i Kiss perché il mondo prende senso quando penso a loro. L’arte e l’amore sono una cosa sola: è il processo di vedersi nelle cose che non sei tu. È comprendere l’irragionevole. E sebbene la teoria che propongo sia completamente irragionevole, pure è qualcosa che io comprendo appieno.

klostermanTutto torna, dunque. In Prozac Nation, Elizabeth Wurtzel scrive che si usa il “concetto di arte come strumento per comprendere la morte, così come l’arte è spesso usata come un prisma per comprendere la vita”. Ecco come si spiega il titolo originale, Killing Yourself To Live, Uccidere se stessi per vivere: non è riferito ai musicisti, ma al lettore. Abbiamo bisogno di credere in qualcosa, altrimenti la gente morta è soltanto… morta.