Revolver / Beatles

Dovendo rimediare alla mia ignoranza sui Beatles, ho chiesto consiglio su dove cominciare. Revolver, mi è stato risposto. Revolver_original_449Al primo ascolto di quello che è stato definito un apripista dei concept album, mi colpisce una vena disturbante, che si manifesta in Yellow Submarine. Per me era sempre stata la canzoncina da fischiettare quasi come una conta, invece tra le altre canzoni si rivela inquietante. Revolver è una ricerca esistenziale, sia nei temi (la solitudine, la morte, le droghe, la spiritualità) che nell’approccio alla musica. Lo studio di registrazione diventa luogo di sperimentazione e uno strumento musicale in più: dalla necessità di ritirarsi dagli assalti del pubblico, i Beatles scoprono una potenzialità che sarà germinale per i successivi album.

L’atmosfera da dietro le quinte si può sbirciare nel mini – documentario contenuto nella versione rimasterizzata di Revolver: fotografie e conversazioni che restituiscono le fasi di lavoro, insieme agli appunti editi sul booklet. La copertina stessa è il risultato della volontà di visualizzare la musica: l’artista Kurt Voormann ha tradotto in immagine il carattere d’avanguardia dei Beatles, che si spingono sulla strada della psichedelia. Il disegno, influenzato dallo stile Art Noveau di Aubrey Beardsley, rappresenta anche le quattro personalità distinte dei Fab Four, che riescono ancora a fondersi pur tirando ciascuno le proprie briglie. E il finale di Revolver, tra l’improvvisazione trascinante degli ottoni in Got To Get You Into My Life, e il presagio di Tomorrow Never Knows, trasferisce nelle note l’irrequietezza dei Beatles.

Ascoltare una pietra miliare come Revolver non è semplice, anzi, sembra che entri immediato nelle orecchie, ma è una naturalezza sedimentata dalla fama e cesellata per sembrare spontanea. Per approfondire l’aspetto tecnico, vi rimando alla pagina di Wikipedia, mentre per la genesi potete leggere l’articolo di Repubblica. Una curiosità: George Harrison scrisse in una lettera che avrebbero voluto registrare Revolver con Jim Stewart, il produttore che aveva seguito uno dei loro artisti soul preferiti, Otis Redding.

Insomma, per apprezzare certi capolavori bisogna studiare, ma la mediazione della critica e della storia non pregiudica un ascolto di pancia, anzi. Vien voglia di rischiacciare play e farlo sparare ancora, questo Revolver. Prima di affrontare il disco successivo dei Beatles, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.

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