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Non Oso Dire La Gioia

Prima di assistere alla presentazione di un libro, di solito lo leggo. Con Non oso dire la gioia, di Laura Imai Messina, è andata diversamente, e penso sia stata una fortuna. Perché l’incontro ha preso una direzione meta-artistica e quasi filosofica, una luce che sicuramente renderà la lettura del romanzo più ricca e assaporata.

Conosco già lo stile e i temi di Laura, grazie al suo blog Giappone Mon Amour, in cui racconta la sua vita e la cultura del Paese in cui si è trasferita 13 anni fa, vincendo un concorso per insegnare all’Università di Tokio. I suoi articoli sono un’oasi di meditazione e curiosità, tra riflessioni linguistiche, tradizioni culturali e pensieri sparsi. Desideravo sentirla dal vivo per avere un’immagine a tutto tondo, per animare con un corpo e una voce le parole che regala sul web.

La mia forse era una ricerca di conferme su un’affinità empatica, che si è svelata mentre Laura raccontava la genesi delle sue storie.non-oso-dire-la-gioia Anche per me i personaggi sono presenze che vivono nel quotidiano, che si sviluppano molto di più di quel che viene rilasciato poi per iscritto. Anzi, i suoi personaggi riescono anche a sorprenderla, infilandosi in colpi di scena non programmati: è un “cerchio che si apre”, un’esplosione di possibili deviazioni nei rapporti tra i protagonisti. Come autrice, si riserva solo la necessità di un finale positivo, pur lasciando che gli eventi precipitino rapidi “come lo zucchero nella schiuma del cappuccino”.

Il flusso del tempo è la faccia nascosta del sentimento che si affaccia quasi timido nel titolo, la gioia. Meno prorompenti della felicità, che si fa inseguire e scalare nei suoi picchi, i momenti di gioia sono “gocce di carica”, da curare come i piccoli fuochi artificiali giapponesi che più si tiene ferma la mano, più risplendono. Una capacità di concentrazione che permette di godere della caducità, una “manutenzione del cuore” per riconoscere la bellezza dell’attesa e il perpetuo movimento dell’immaginare ciò che arriverà. È il tempo che definisce sentimenti e relazioni, non le parole. Sembra un paradosso, per una persona che incarna e trasmette letteratura, ma la lingua è in realtà un luogo interiore, un filtro che modella il pensiero, uno strumento di previsione del futuro prossimo. Le parole sono una modalità di esplorazione di se stessi, non dell’altro: non è necessario dire, le persone sono “verbi che si coniugano”, azioni che si accordano con il ritmo dell’universo, come gli haiku che si tuffano ciascuno nella propria stagione.

Ecco, io mi sto cullando Non oso dire la gioia ancora chiuso ma non intonso, grazie alla dedica di Laura. “Tanoshimi da wa” (se non ho sbagliato l’appunto), “non vedo l’ora”.

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